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lunedì 27 agosto 2012

(ci vorrebbe) Un contropotere anti-crisi

Per affrontare la guerra scatenata dal capitale per affermare il suo dominio sul lavoro è necessaria una forza che agisca su un piano globale, come fu la prima Internazionale. Concentriamoci su questo.
Proviamo a guardare la crisi da lontano, come facciamo con i quadri di grandi dimensioni. Se ci sottraiamo per un momento all'incessante bombardamento di cifre (spread e indici di borsa, rendimento dei titoli pubblici e tassi d'interesse, debiti, deficit e percentuali di caduta del pil) che cosa vediamo?
Questi, dopo cinque anni di crisi, sembrano i principali effetti macroeconomici e sociali. In primo luogo, la caduta dei redditi da lavoro (salari, stipendi, pensioni) anche in conseguenza dei tagli del welfare e dell'aumento dei prezzi e della pressione fiscale. In Italia il fenomeno è esasperato dal record di evasione ed elusione fiscale (una scelta politica, non un accidente). In maggio l'Istat ha calcolato che dal 2007 i redditi delle famiglie sono diminuiti del 7%. In secondo luogo, l'esplosione dei debiti pubblici (detti «sovrani» con velenosa ironia, visto che la sovranità è volata altrove), provocata dalla socializzazione delle perdite private (il salvataggio di banche d'affari e imprese decotte). Dal 2008 a oggi, tra i 15 mila e i 20 mila miliardi di dollari (garanzie pubbliche comprese) sono stati mobilitati per far fronte ai disastri causati dalle banche. Seguono a cascata (per effetto della recessione, dei tagli alla spesa e delle cosiddette politiche anti-crisi) la moria delle imprese, la caduta dell'occupazione nel settore privato e nel pubblico impiego, l'adozione di misure che rendono ancora più facili i licenziamenti.
Tutto qui? Certo che no. Dall'altra parte della medaglia, la crisi determina la continua crescita della bolla speculativa. Oggi molte banche europee contraggono debiti per oltre il 4000% del proprio patrimonio, come se nel 2007-8 non fosse successo niente a causa della crisi dei mutui e dei derivati. Determina un'inedita concentrazione della ricchezza nelle mani dei grandi detentori di capitale (banche e fondi), proprietari del debito e beneficiari delle decisioni dei governi. Come ricordava qualche giorno fa Sarah Jaffe sul manifesto, l'ultimo rapporto del Tax justice network stima in oltre un terzo della ricchezza finanziaria privata il patrimonio posseduto dallo 0,01% della popolazione mondiale. La crisi determina quindi un aumento esponenziale delle disuguaglianze all'interno dei Paesi e tra loro. Anche nell'ambito dell'Unione europea si accresce la distanza tra i Paesi forti e «virtuosi» e i reprobi della periferia mediterranea. Una distanza che si traduce in potere decisionale, come mostra nel modo più limpido il rapporto di forze tra Germania e Grecia.
La crisi, insomma, è cattiva con alcuni e molto generosa con altri. Che cosa emerge, infatti, da questo quadro sommario, che omette qualsiasi accenno alle responsabilità pregresse di governi e imprenditori che nei decenni scorsi hanno posto le premesse per l'attuale disastro? Emerge che a causa della crisi moltissimi perdono molto: le classi lavoratrici (con un vistoso processo di proletarizzazione del ceto medio). Mentre pochi guadagnano moltissimo. Quello che chiamiamo «crisi» è in realtà un gigantesco processo di redistribuzione (verso l'alto) della ricchezza (e del potere politico). In linea col trentennio neoliberista, ma con un salto di quantità e di qualità. Le politiche deflazionistiche che stanno precipitando il mondo nella depressione non sono frutto di abbagli o di stupidità (benché siano indubbiamente distruttive). Sono pratiche di recupero-crediti a beneficio dell'oligarchia finanziaria. Non deve stupire che in cinque anni il volume di denaro amministrato dalle prime cinquanta banche private sia più che raddoppiato.
Ma tutto questo, «naturalmente», viene nascosto all'opinione pubblica. Passa rigorosamente sotto silenzio. Il discorso sul debito pubblico è paradigmatico. Televisioni e giornali non si stancano di diffondere un'immagine se vogliamo edificante, derivando l'entità dell'indebitamento pro capite dal rapporto tra debito e popolazione. Come se il debito fosse posseduto da qualche marziano o da dio in persona, e non da una pur piccola parte della popolazione stessa. Circa il 70% del debito del nostro paese è di proprietà di fondi, banche e imprese italiani, oltre che di privati possidenti. I «sacrifici» li fanno gli altri e sono costretti a farli a loro vantaggio.
Che cosa dovrebbe dire una stampa indipendente in un paese democratico? Dovrebbe spiegare che i paesi si sono indebitati perché hanno usato il denaro pubblico per salvare i privati, perché favoriscono l'evasione fiscale e l'esportazione di capitali nei paradisi fiscali, perché i governi si rifiutano - coerentemente - di socializzare profitti e rendite nazionalizzando le banche e imponendo imposte sui patrimoni e tetti ai redditi alti. Dovrebbe spiegare, innanzi tutto, che cosa significa «debito pubblico». Che non è un concetto economico, ma politico, poiché il debito nasce quando un governo decide di finanziare la spesa chiedendo soldi in prestito ai privati. Non ci sarebbe debito se un governo decidesse di finanziarsi prelevando la ricchezza privata per mezzo del fisco.
Ma «naturalmente» su tutto questo si tace (e per stare sicuri si piazza una banchiera alla presidenza della Rai). Del resto è noto che la verità è la prima vittima di una guerra, e questa è una guerra. L'attuale presidente del Consiglio ama rivolgere al popolo messaggi churchilliani e ciclicamente parla di guerra. La crisi è una guerra. L'Italia ha intrapreso «un durissimo percorso di guerra». E il governo, bontà sua, avrebbe in animo di combattere una guerra spietata contro gli evasori. Peccato che la guerra vera la stiano conducendo lui e il suo governo contro chi in questo paese non è in condizione di difendersi e perde reddito e lavoro. Come ha detto qualche mese fa Paul Krugman, quella in atto è una «guerra sociale scatenata dai super-ricchi che pretendono di essere esentati dal contratto sociale».
Qualunque cosa sia questo presunto contratto, l'idea è fondata. La guerra sociale si traduce in milioni di disoccupati e di nuovi poveri, un esercito che si moltiplica per garantire benefici all'oligarchia autoctona e globale. E non varrà liberarsi di Monti (ammesso che ci si riesca), data la natura strutturale degli interventi, a cominciare dal fiscal compact. La responsabilità di chi lo ha imposto (Napolitano) e lo sostiene (il Pd) è enorme, anche perché scientemente assunta. In un'interessante intervista rilasciata da Massimo D'Alema al Corriere della sera il I luglio scorso Monti è definito «una personalità liberale capace di mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti». È per questa sua virtù che il Pd lo sostiene? Lo Stato è buono se paga i soliti noti, e cattivo se tenta di imporre un minimo di giustizia sociale?
«Guerra», si badi, non è una metafora. In passato si combatteva a suon di bombe per colonizzare altri paesi. Oggi per commissariarli bastano troike e agenzie di rating. E governi zelanti. Solo che si tratta di una guerra di nuovo tipo, senza visibile spargimento di sangue. Si tratta della prima guerra capitalista in senso proprio, se è vero che il capitale aspira a comandare ricorrendo alla pura coazione economica. Il suo sogno è governare per mezzo del solo mercato. Il resto è arcaico. Buono per le «razze inferiori». Che infatti continuano a crepare sotto le bombe, come in Africa, in Medio oriente o in Asia centrale. O sotto le raffiche della polizia, come è capitato agli schiavi della miniera inglese di Marikana.
Ma perché è finalmente possibile questa nuova guerra, veramente fredda? Perché esistono finalmente le condizioni sistemiche per combatterla: la possibilità di delocalizzare ovunque le produzioni alla ricerca di condizioni più favorevoli per il capitale industriale; e la possibilità di spostare in tempo reale masse gigantesche di capitale finanziario, decidendo dei tassi d'interesse e di rendimento su tutti i mercati. Oggi il pianeta è unificato sotto il dominio del capitale. Questo non significa che non sussistano, al tempo stesso, fattori di crisi strutturale. La guerra contro i corpi sociali consegue alla caduta del saggio di profitto e a sua volta la riproduce, radicalizzandola. Ma finché la sovranità sarà esercitata dal capitale, ci troveremo a vivere in quest'incubo.
Qui viene fuori, per noi, la morale di tutta questa storia. La crisi è una guerra che il capitale scatena per consolidare il proprio dominio sui popoli e in particolare sul lavoro vivo. C'è una sola strada per combatterla sulla trincea contrapposta, una strada non nuova poiché, a ben guardare, non vi è nulla di inedito in questa vicenda, esito del processo di modernizzazione in corso dalla metà dell'Ottocento: creare un contropotere altrettanto globale, seguendo l'intuizione che il movimento operaio ebbe allora, quando diede vita alla prima Internazionale. Non è facile, e non soltanto per deficit soggettivi. Mentre la concorrenza tra i capitali ne favorisce la centralizzazione, quella, eteronoma, tra i diversi segmenti della classe operaia ostacola l'unità del lavoro. Resta la necessità. La sinistra anticapitalista dovrebbe quindi investire ogni sforzo per costruire la propria unità politica sul piano transnazionale, a cominciare dal livello europeo e, qui, dai paesi più esposti agli attacchi del potere finanziario. Il fatto che, purtroppo, i suoi gruppi dirigenti siano in tutt'altre faccende affaccendati è anch'esso un effetto della crisi. E una sua concausa.
DA: IL MANIFESTO di Alberto Burgio 25/08/2012

venerdì 10 agosto 2012

Fumo o fame, quando l'operaio è alla mercè del capitale

HO LETTO MOLTO SULLA DRAMMATICA SITUAZIONE DELL'ILVA DI TARANTO, E LA MIA SCELTA RICADE SU QUESTO ARTICOLO TRATTO DA IL MANIFESTO.

Se si produce solo per il profitto e per il salario, il lavoratore finisce per fare il gioco del padrone
Che infinita tristezza provoca il dover constatare che nel XXI secolo, nell'ottava o nona potenza economica mondiale, il lavoro e la salute siano ancora posti in una condizione duale, dicotomica. In un bellissimo documentario («Ultimi fuochi» di Manuela Pellarin) sulla condizione operaia negli anni '60 del secolo scorso, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera rispondeva mesto alla domanda sul perché accettasse una condizione lavorativa così rischiosa con queste tre parole: «Fumo o fame». Ad ammazzare a Marghera era il cloruro di vinile monomero, all'Ilva di Taranto le diossine.
Ma quanti sono i conflitti tra produzioni industriali e ambiente ancora aperti nel nostro paese? Dalla Ferriera di Trieste (Lucchini), al termodistruttore Fenice (EDF, ex Fiat) di Melfi, dalle centrali termoelettriche a carbone liguri (Enel), ai cementifici di Monselice. Chi tiene il conto? Una volta la Cgil aveva una struttura Ambiente Lavoro, oggi, in periodi di recessione economica, la salute sembra essere diventata un lusso. Per fortuna c'è qualche (raro) magistrato. Ma anche qui non facciamoci illusioni: le strutture scientifiche di cui la magistratura si può avvalere sono sotto gli attacchi alla spesa pubblica. Il più rinomato centro sulle diossine INCA (un consorzio tra 19 università italiane e altre decine di unità di ricerca nel settore della chimica e delle tecnologie per l'ambiente) e che ha supportato anche l'inchiesta di Taranto, è in pericolo di chiusura. Del resto, solo per fare un esempio, ricordiamoci che con il ministro Mattioli le ricerche sugli effetti delle radiazioni generate dai campi elettromagnetici (telefonini, ripetitori, radar, ecc.) sono state «esternalizzate» a quella Fondazione Maugeri nota per gli scandali alla Regione Lombardia. Con il passaggio delle competenze ambientali alle Asl regionali le attività di prevenzione sono state di fatto azzerate, con esse i registi tumori e le indagini epidemiologiche necessarie a stabilire le correlazioni tra inquinamenti e malattie.
Ciò che colpisce delle numerose, candide interviste rilasciate dal ministro Corrado Clini (già medico del lavoro e da decenni direttore generale del Ministero per l'Ambiente) a sostegno, non già della applicazione delle leggi - come ci si aspetterebbe da un fedele servitore dello Stato - ma delle ragioni dell'impresa sotto accusa, sono le motivazioni. «Forse - ha dichiarato Clini a il manifesto del 27 luglio - dieci anni fa chiudere lo stabilimento aveva un senso, ma ora no». Giusto, ma lui, e tutto l'apparato di valutazione e controllo che uno stato civile dovrebbe mettere in campo a difesa della salute dei cittadini (compresa quella della sotto-specie, a diritti limitati, che sono gli operai), dov'erano, cosa facevano, nonostante fossero perfettamente a conoscenza della situazione?
Non so se l'inchiesta della Procura della Repubblica abbia un'appendice nei confronti delle strutture pubbliche locali, regionali (Asl) e nazionali (ministeri vari). Ma è questa la parte che darebbe più soddisfazione alle centinaia di vittime (386 decessi negli ultimi 13 anni) e alle migliaia di malati di Taranto, dentro e fuori la fabbrica. Scoprire che i padroni fanno i loro interessi sulla pelle dei dipendenti non è poi una grande novità. Più interessante sarebbe vedere in faccia chi e sapere per quali ragioni ha omesso i controlli, ha rilasciato autorizzazioni, concesso finanziamenti a imprese palesemente fuorilegge.
Vedremo. Ma il dato politico più allarmante è un altro. Sono i dipendenti in queste ore a sfilare a sostegno delle ragioni dei propri aguzzini. Non sono cinico, non mi manca la capacità di comprendere il dramma umano di persone disperate perché sotto ricatto. Ciò che mi rattrista è l'incapacità di immaginare una via di uscita che non sia la sottomissione alle ragioni della produzione, della produttività, della competizione. La questione non si risolve se non affrontando alle radici la globalizzazione che ha prodotto in Occidente allo stesso tempo disoccupazione e deterioramento delle condizioni di lavoro. Mi vengono in mente le riflessioni di André Gorz a partire da Marx: «Egli (l'operaio salariato) non considera il lavoro in quanto tale come facente parte della sua vita; è piuttosto il sacrificio di questa vita. E' una merce che egli aggiudica ad un terzo» (cfr. Lavoro salariato e capitale, 1849). Quando la mercificazione del lavoro raggiunge tali livelli di alienazione, allora, aggiungeva Gorz: «Lavoro e capitale sono fondamentalmente complici nel loro stesso antagonismo per il fatto che guadagnare del denaro è il loro fine determinante. Agli occhi del capitale, la natura della produzione importa meno della sua redditività; agli occhi del lavoratore, essa importa meno degli impieghi che crea e dei salari che distribuisce. Per l'uno e per l'altro, ciò che è prodotto importa poco, basta che renda. L'uno e l'altro sono, coscientemente o meno, al servizio della valorizzazione del capitale. E' per questo che il movimento operaio e il sindacalismo non sono anticapitalisti se non nella misura in cui mettono in questione non soltanto i livelli dei salari e le condizioni di lavoro, ma le finalità della produzione, la forma merce del lavoro che la realizza» (cfr. Ricchezza senza valore, valore senza ricchezza, in Ecologica, Jaca Book 2009, pp.125/126). Affermare, quindi, come bene fa la Fiom, che il lavoro è un bene sociale comune - così come il sole o l'acqua - significa voler sottrarre le decisioni sul cosa, dove, per chi produrre alle leggi del mercato, cioè del profitto e del diritto di proprietà. La liberazione del lavoro dall'eteronomia non può che avvenire attraverso un conflitto per affermare modi e forme democratiche di decisione sul cosa, come, dove e per chi produrre.
Di Paolo Cacciari 31/7/2012

giovedì 2 agosto 2012

SALUTE E LAVORO NELLA COSTITUZIONE


Di Stefano Rodotà
    È pos­si­bi­le che en­tri­no du­ra­men­te in con­flit­to la sa­lu­te, di­rit­to fon­da­men­ta­le del­la per­so­na (art. 32 del­la Co­sti­tu­zio­ne), e il la­vo­ro, fon­da­men­to del­la Re­pub­bli­ca (art. 1)? Sì, è pos­si­bi­le. E non è la pri­ma vol­ta che, nel­le piaz­ze ita­lia­ne, si pro­nun­cia­no le ter­ri­bi­li pa­ro­le “me­glio mor­ti di can­cro che mor­ti di fa­me”. Quan­do si è ob­bli­ga­ti ad as­so­cia­re il la­vo­ro con la mor­te, si trat­ti di pro­du­zio­ni no­ci­ve o di in­for­tu­ni, dav­ve­ro sia­mo di fron­te a inam­mis­si­bi­li vio­la­zio­ni del­l’u­ma­ni­tà del­le per­so­ne. Il la­vo­ro si tra­sfor­ma in con­dan­na quo­ti­dia­na, che non ar­ri­va pe­rò da una ma­le­di­zio­ne bi­bli­ca, ma dal mo­do in cui è con­cre­ta­men­te or­ga­niz­za­to il mon­do del­la pro­du­zio­ne.
    Da do­ve co­min­cia­re per cer­ca­re di com­pren­de­re que­ste vi­cen­de? An­co­ra una vol­ta ci aiu­ta la Co­sti­tu­zio­ne con il suo ar­ti­co­lo 41. Qui si di­ce che l’i­ni­zia­ti­va eco­no­mi­ca pri­va­ta, dun­que l’at­ti­vi­tà d’im­pre­sa, «non può svol­ger­si in con­tra­sto con la si­cu­rez­za, la li­ber­tà e la di­gni­tà uma­na». Va­le la pe­na di sot­to­li­nea­re la lun­gi­mi­ran­za dei co­sti­tuen­ti, che po­se­ro la si­cu­rez­za pri­ma an­co­ra di li­ber­tà e di­gni­tà. E la si­cu­rez­za ri­guar­da il la­vo­ro, ma è pu­re si­cu­rez­za per i cit­ta­di­ni nel­l’am­bien­te e per i pro­dot­ti che con­su­ma­no. Quel­le pa­ro­le nel­la Co­sti­tu­zio­ne piac­cio­no sem­pre di me­no e si cer­ca di can­cel­lar­le, in no­me del­la leg­ge “na­tu­ra­le” del mer­ca­to. In un de­cre­to re­cen­te, sal­va­to acro­ba­ti­ca­men­te dal­la Cor­te Co­sti­tu­zio­na­le, si è mes­so abu­si­va­men­te al pri­mo po­sto il prin­ci­pio di con­cor­ren­za, nel ten­ta­ti­vo di ri­di­men­sio­na­re la por­ta­ta com­ples­si­va di quel­l’ar­ti­co­lo. Lun­go è il ca­ta­lo­go dei fat­ti di cro­na­ca che ren­do­no evi­den­te la mor­ti­fi­ca­zio­ne del la­vo­ro at­tra­ver­so il sa­cri­fi­cio del­la sa­lu­te del la­vo­ra­to­re. Ta­ran­to è il no­me di un luo­go che si ag­giun­ge a Mar­ghe­ra, Ca­sa­le Mon­fer­ra­to, Val di Chia­na, per ci­ta­re so­lo i ca­si più no­ti. Quan­do l’at­ti­vi­tà d’im­pre­sa vie­ne or­ga­niz­za­ta pre­scin­den­do dal fat­to che la si­cu­rez­za dei la­vo­ra­to­ri è un ob­bli­go giu­ri­di­co e un do­ve­re col­let­ti­vo, so­no sem­pre de­va­stan­ti le con­se­guen­ze uma­ne e so­cia­li.
La so­lu­zio­ne non po­te­va ve­ni­re dal­la tec­ni­ca mol­te vol­te usa­ta di mo­ne­tiz­za­zio­ne del ri­schio – de­na­ro in cam­bio di sa­lu­te. Bru­no Tren­tin sot­to­li­nea­va la ne­ces­si­tà di an­da­re ol­tre l’ot­ti­ca pu­ra­men­te re­tri­bu­ti­va e di tu­te­la­re nel­la sua in­te­gra­li­tà la per­so­na del la­vo­ra­to­re. Né può ve­ni­re dal­la pre­te­sa di un si­len­zio del­la ma­gi­stra­tu­ra di fron­te a vio­la­zio­ni gra­vi e ri­pe­tu­te di un di­rit­to fon­da­men­ta­le e di spe­ci­fi­che nor­me di leg­ge.
Sem­pre più spes­so i la­vo­ra­to­ri so­no vit­ti­me di ri­cat­ti. Oc­cu­pa­zio­ne a qual­sia­si prez­zo, an­che del­la vi­ta. Oc­cu­pa­zio­ne con sa­cri­fi­cio del­la li­ber­tà, co­me è ac­ca­du­to con il re­fe­ren­dum di Mi­ra­fio­ri so­vra­sta­to dal­la mi­nac­cia del­la chiu­su­ra del­la Fiat. Que­sta è la spi­ra­le da spez­za­re. So­lu­zio­ni prov­vi­so­rie pos­so­no es­se­re ri­cer­ca­te, ma ad una so­la con­di­zio­ne: la re­stau­ra­zio­ne in­te­gra­le dei di­rit­ti dei la­vo­ra­to­ri, che di­ven­ta an­che la via per tu­te­la­re i di­rit­ti di tut­ti, co­me quel­lo al­l’am­bien­te.
So­no tem­pi du­ri per i di­rit­ti fon­da­men­ta­li, per quel­li so­cia­li in spe­cie. In no­me del­l’e­mer­gen­za, sia­mo or­mai di fron­te a ve­re e pro­prie so­spen­sio­ni di ga­ran­zie co­sti­tu­zio­na­li. Si è di­men­ti­ca­to che l’ar­ti­co­lo 36 del­la Co­sti­tu­zio­ne pre­ve­de che la re­tri­bu­zio­ne deb­ba ga­ran­ti­re al la­vo­ra­to­re e al­la sua fa­mi­glia «un’e­si­sten­za li­be­ra e di­gni­to­sa». Non es­se­re il prez­zo del­la per­di­ta d’o­gni di­rit­to.

venerdì 30 settembre 2011

la famosa lettera della BCE

Caro Primo Ministro, Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori. Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti. Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure: 1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro. a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala. b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione. c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi. 2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche. a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi. b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali. c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo. Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio. 3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali. Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate. Con la migliore considerazione, Jean-Claude

venerdì 2 settembre 2011

TrOpPo FiGo......

....allora è da tanto che non scrivo su questo blog notes,non tanto perchè non sappia cosa scrivere ma quanto perchè non si farebbe in tempo a scrivere qualcosa che i fatti scavalchino quanto detto....stasere ero su rai news, un dibattito sulla crisi, insomma c'era il signor mercalli, il metereologo di che tempo che fa, che ha scritto un libro - PREPARIAMOCI- un sorta di pamplet su ciò che a breve saremo costretti ad affrontare a causa della crisi, interessante, in sisntesi il sig mercalli correttamete metteva in evidenza come una della cause principali della crisi è da ricondursi al consumismo, soprattutto al suo eccesso naturale deriviazione perversa se l'unica politica economica di sviluppo mondiale è legata al consumismo stesso. soprattutto mentre ascoltavo la rigorosa ed ineccepibile analisi dello scrittore pensavo che chiunque di noi lavoratore di un'azienda di credito al consumo non solo sia d'accordo, ma che ciò lo sappia gia da tempo, anche solo fosse per una sensazione di disgusto, essendo un osservatore privilegiato nonchè egli o ella stessi dei distributori di credito al consumo, lo stesso disgusto che colpisce il pasticciere che produce le paste che si chiede come fa la gente a mangiar sempre così tanti dolci....di più anni fa mi trovavo avvinazzato a parlare con un collega, allora anche amico, ed a questi proponevo un parallelo di un paradossale processo di norimberga laddove ora sul banco degli imputati ci si ritrovava noi stessi, le braccia e le menti di coloro che hanno provveduto, in buona fede e per pochezza, a propagare il consumismo e il sua naturale foraggio , il credito ovvero il debito privato, a giustificare il personale operato, del tipo eseguivo gli ordini...scusate come sempre esagero e la mente oltre, comunque come sempre son andato fuori tema come a scuola, quello che volevo dire che mentre il signor mercalli illuminava di immenso le coscienze degli incoscienti ed incauti consumatori ecco che il giornalista, di rai news 24, dico di rai news 24 repentinamente si costringeva e ci congistreva ad interrompere l'importante quanto lienare enunciato per mandare in onda la pubblicità, la quale manco a dirlo, cosa propinava schizzofrenicamente al cliente consumatore di approfondimenti dinotizie? di consumare , una macchina fotografica degli assorbenti interni una vacanza in oasi che si rivela un paese povero e affamato che piu che di turismo avrebbe necessità di aiuti e di diritti e di non essere sfruttato, ......ecco quale l'ennesima ulteriore faccia di questa crisi di questo sistema, cioè che non siamo più in gradi di liberarci del "mostro",perchè forse vogliamo nascondercelo, ma sono anni che la pubblicità, come la goccia cinese, non fa altro che propinare modelli,sbagliati di vita di essere,però fa comodo a tutti, e che col tempo si è impadronita anche come in questo caso dell'informazione.....cioè uno parla del problema del consumismo ed un secondo dopo manda in onda un invito più che incessante a consumare....roba da folli e ditemi come si fa a risolverlo il problema.....cioè io non voglio dire nulla di politicamente corretto ne di eclatante che i più dotati di spirito già non abbiano da tempo "eclatato" dentro di se, quelli meno ipocriti, quelli che si possono permettere già da tempo di sputare nel loro piatto quello dove mangiano, quelli che si metteno di traverso perche non si sentono sopra o fuori dal sistema ma perche ammettono molto umanamente di esserne essi stessi delle vittime.....io vorrei come sempre provocare e dare spunti per rifletteri, scavare e prima di mettere in dubbio il sistema mettere in dubbio se stessi...le rivoluzioni si fanno prima dentro se stessi, e sono le più difficili, e poi nella società...ecco non scrivevo da tempo perche se lo faccio vorrei fosse ora in questa situazione grave per la democrazia- avete presente in cosa consiste l'articolo 8 in materia di legge del lavoro introdotto di sottobanco con questa manovra salva banche dal ministro sacconi?- un momento in cui tutti tirino fuori qualcosa che ci unisca per fronteggiare questo terribile attacco alla nostra civiltà moderna. il 6 settembre c'è uno sciopero generale. dobbiamo essere tanti e senza dubbi e ripensamenti.
buona notte,giorno.