Visualizzazione post con etichetta LAVORO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LAVORO. Mostra tutti i post

domenica 10 agosto 2014

L'ALGORITMO DEL PROFITTO. VI RICORDA QUALCOSA?


L’algoritmo del profitto. Comandare il lavoro al tempo del technical intellect 

di MICHELE CENTO
Grazie allo sviluppo tecnologico di sicuro non diventeremo tutti uguali, ma almeno saremo gentlemen di fronte al lavoro. Suonava grosso modo così una promessa annunciata con una certa autorevolezza ormai più di un secolo fa. Alle promesse di chi vorrebbe affidare all’evoluzione il nostro destino abbiamo imparato a non dare ascolto, tanto più quando quell’evoluzione oggi si presenta con il volto neutro dell’algoritmo. È quest’ultimo, infatti, la struttura portante di quelle che, all’alba della società post-industriale, Daniel Bell definiva intellectual technologies, il cui perfezionamento ha condotto oggi all’elaborazione di Computer Business Systems(CBS), software preposti alla gestione e all’organizzazione di imprese sempre più complesse, integrate e globali. Si tratta di strumentazioni adottate regolarmente da grandi aziende multinazionali, spesso introdotte da società esterne di consulenza come Accenture e Gartner, per procedere tanto a ristrutturazioni aziendali, quanto alla normale amministrazione della forza-lavoro in chiave iper-efficientista. Eppure, per quanto diffuso sia il loro utilizzo, finora non esistevano studi sull’argomento. Una lacuna che Simon Head ha provato a colmare andando direttamente alla fonte, studiando cioè i manuali rilasciati dalle aziende produttrici dei CBS (tra queste le più note sono IBM, Oracle, SAP): un materiale impervio e spesso inaffrontabile, scritto da specialisti per specialisti, in cui però, annota Head, si trovano informazioni che di norma vengono occultate al pubblico di habitués delle celebrazioni del progresso tecnologico.
Attraverso le analisi di Mindless. Why Smarter Machines Are Making Dumber Humans (New York, Basic Books, 2014), l’ultimo libro di Head, proveremo pertanto a calarci nei segreti laboratori dove la scienza del capitale comanda un lavoro immiserito, non solo e non tanto perché alleggerito sul fronte salariale, ma in quanto privato di quel sapere sociale e produttivo che sembrava aver acquisito nell’«età delle macchine». Il che non comporta la scomparsa delle macchine utensili del fordismo, come se di colpo fossimo tutti diventati lavorativi cognitivi, quanto piuttosto una subordinazione della meccanica alla cibernetica e all’elettronica che inevitabilmente riconfigura il ruolo delle macchine stesse nell’organizzazione produttiva e, di converso, della forza lavoro. A fronte della comparsa di smarter machines, come recita il sottotitolo del volume di Head – ed è questa la sua tesi di fondo –, gli esseri umani stanno diventando più dumb, che in inglese ha un duplice significato: uno più colloquiale, in cui dumb equivale a stupido, e uno più formale in cui significa muto, senza capacità di articolare parole. Se l’intenzione di Head è più che altro quella di mostrare come l’intelligenza artificiale delle macchine abbia impoverito l’intelletto umano, è difficile però negare che la sottrazione di sapere, la sempre più accentuata privatizzazione del general intellect, ci renda inevitabilmente incapaci di stabilire un piano collettivo di comunicazione, ci privi cioè delle parole per articolare una piattaforma politica comune in grado di rovesciare lo stato di cose presenti.
Per chiarire questo punto, che inevitabilmente tocca il problema centrale del «governo tecnico delle scienze», occorre iniziare dalle modalità concrete di funzionamento dei CBS. Anzitutto, tali software si basano su reti telematiche per mettere in connessione spazi e tempi differenti del processo produttivo, ottenendo così il duplice effetto di monitorare costantemente le attività dei lavoratori e mappare l’intera catena globale dello sfruttamento. I dati così ricavati vengono stipati in data warehouses, magazzini digitali il cui contenuto viene poi filtrato, setacciando le informazioni giudicate rilevanti per ottimizzare il processo di produzione, e riversato in data smarts. In questo deposito digitale ripulito, il management può trovare in tempo reale tutte le informazioni necessarie a valutare l’efficienza tanto dei singoli lavoratori quanto dell’intero ciclo produttivo. Alla fase di raccolta e analisi dei dati segue poi quella del problem-solving, che si traduce in una molteplicità di pratiche volte a massimizzare i profitti e a rendere i lavoratori muti esecutori dei piani formulati dai CBS. Nelle loro versioni più sofisticate, questi ultimi sono dotati di apparati che mimano l’intelligenza umana e sono perciò in grado di elaborare autonomamente delle risposte alle criticità riscontrate in fase di analisi e di valutazione. In particolare, questo surplus di intelligenza artificiale consente ai CBS di estendere la loro disciplina industriale in settori diversi da quelli tradizionalmente legati all’attività manifatturiera e di introdursi nel mondo dei servizi, come nelle università e negli ospedali. Non sarà sfuggito che questo complesso di funzioni sia di fatto tenuto insieme da una minuziosa attività di controllo del lavoro che compete ai piani più alti del management aziendale. È solo a questi ultimi che spetta la visione d’insieme del processo produttivo, mentre gli strati intermedi devono accontentarsi di una visione parziale e perciò inadatta a formulare proposte sul piano di una politica aziendale che deve fare i conti con una realtà del lavoro che si manifesta sotto forma di «complessità organizzata».
Tuttavia, perfino questa angolatura parziale risulta negata agli strati più bassi della gerarchia aziendale, quei low e unskilled workers che a Walmart si muovono freneticamente tra piantane e scaffali, sorvegliati a partire dal 2010 da «Task Manager», una tipologia di CBS che, nel momento in cui il singolo lavoratore striscia il badge identificativo, impartisce ordini su ciò che deve fare e in quanto tempo deve portarlo a termine, mentre a fine turno emette l’agognato responso sul raggiungimento o meno degli obiettivi giornalieri. L’insuccesso può decretare diverse sanzioni, che vanno dalla paternalistica «lavata di capo» al licenziamento, passando per una messa in scena in cui il lavoratore deve mostrarsi pentito e convincere i propri superiori della propria lealtà e abnegazione alla causa del profitto altrui. Sempre per evitare fastidiosi «furti di tempo», peccato mortale contro lo spirito del capitale, anche Amazon (già sperimentatore del famigerato «turco meccanico») si è dotato di un software gestionale capace di monitorare ogni spostamento del lavoratore, a cui viene applicato un navigatore satellitare in maniera tale che i superiori abbiano accesso in tempo reale alla sua posizione e possano stabilire se è in linea con gli obiettivi di giornata. Qualora non lo fosse, il lavoratore riceve un sms di avvertimento, corredato dalle eventuali sanzioni che potrebbero scattare se non provvede immediatamente a mettersi al passo con il suo piano giornaliero.
Come si accennava in precedenza, questo distillato di taylorismo sotto forma di A Brave New World non rimane confinato nei magazzini, né tantomeno nei supermercati, ma si estende anche nei settori più avanzati del terziario, dove non si tratta di produrre e/o distribuire merci ma di organizzare relazioni umane. I CBS sono penetrati perfino nella secolare Oxford University, ci racconta con una punta di nostalgia Head che nell’ateneo britannico si è laureato. Nell’accademia britannica impera ormai il Research Assessment Exercise che, attraverso una serie di Key Performance Indicators, monitora la produttività dei singoli ricercatori e lega le loro carriere e i destini del loro dipartimento di afferenza a precisi obiettivi di produzione, trasferendo le informazioni necessarie alla valutazione a un organismo centrale che è l’Higher Education Funding Council for England. Quanto avvenuto a Oxford è, secondo Head, il risultato di un processo di misindustrialization, ovvero il trasferimento di logiche produttive industrialiste e privatistiche nell’area dei cosiddetti commons, beni sociali indivisibili sempre più oggetto di valorizzazione.
Nel complesso, l’esito di questi processi diffusi e ramificati si traduce secondo Head in unCorporate Panopticon, un sistema di controllo automatizzato che raccoglie dati al livello più basso dell’organizzazione aziendale, generando poi un flusso informativo che aggiorna just in time una ristretta cerchia di manager che sulla base del monopolio dell’informazione possono esercitare il loro dominio incontrastato sul lavoro. Come avviene ad Amazon, il management può sì servirsi di capireparto dislocati nei luoghi di lavoro, a riprova del suo gusto pleonastico per le ostentazioni di forza, ma in realtà quella funzione di controllo che l’ingegner Taylor assegnava agli uomini viene ora egregiamente svolta dalle macchine. Di fronte a un sistema così congegnato e animato da una logica interna inattaccabile sul piano formale, le vecchie contestazioni sul ritmo e il carico di lavoro suonano eccentriche perché parlano un linguaggio sconosciuto al sistema: possono essere tutt’al più un imprevisto, se non un errore di sintassi da risolvere con la dovuta urgenza. Il paragone con il Panopticon originale di fattura benthamiana rivela d’altronde come queste nuove prigioni/fabbrica si disinteressino perfino della psicologia dei loro «ospiti», nella misura in cui, stando alle parole sprizzanti retorica e marginalismo da tutti i pori di Mark Onetto (manager di Amazon), uomini e donne al lavoro non devono neanche più pensare al proprio interesse personale, perché il fine unico della loro attività è soddisfare il consumatore. La conclusione, del tutto logica, è che per Onetto lo sciopero è un non-sense.
La giustapposizione di controllo umano e controllo digitale nel mondo del lavoro organizzato dai CBS segnala però una contraddizione interna al processo di spersonalizzazione del comando che l’evoluzione del sistema capitalistico ambisce a portare con sé. Mentre pretende di fare affidamento su un’intelligenza artificiale generale, il capitalismo post-industriale si basa in realtà su algoritmi «umani, troppo umani», elaborati da specialisti nelle Information Technologies (IT) che conoscono bene il materialismo volgare dei propri clienti e che vengono in seguito perfezionati dagli stessi management aziendali a seconda delle proprie esigenze. Nonostante la loro matematica neutralità, gli algoritmi si rivelano in realtà delle merci particolari – e a caro prezzo – perché, «piene di sottigliezze metafisiche», ambiscono a obliterare il carattere sociale del rapporto di capitale spacciandolo per una incontestabile formula matematica. In virtù di una superiore razionalità formale, gli algoritmi sostituiscono all’ingombrante fisicità delle macchine l’immaterialità di un comando onnipervasivo e computabile, che può essere messo in discussione solo da un sapere altrettanto quantificato che risulta però inaccessibile a proletari in formato digitale. In altre parole, gli algoritmi puntano a essere inoppugnabili norme logiche del sociale, che si sottraggono a ogni confronto che non sia condotto secondo il loro astruso linguaggio. Essi sono le armi più raffinate del technical intellect del capitale, che trasforma i lavoratori in carne e ossa nella loro rappresentazione elettronica. Se di fronte alla vecchia macchina utensile il lavoro umano finiva per svolgere un’attività di mediazione tra l’oggetto e la macchina stessa, ne costituiva cioè il braccio animato, i CBS esprimono una normatività sociale che ingloba al suo interno tutti i fattori del ciclo produttivo, lavoro compreso. La scienza digitale del capitale non stabilisce più un’antitesi con il lavoro, non si presenta più come una potenza estranea ad esso, perché i CBS puntano a incorporare il lavoro stesso, destinato a diventare uno dei tanti fattori costitutivi dell’algoritmo del profitto che lo governa.
Di fronte alle trasformazioni prodotte dall’adozione sempre più diffusa delle IT non basta nasconderci dietro la rassicurante (?) ipotesi che siamo ormai tutti operai di fronte al capitale, nell’attesa che unanouvelle classe ouvrière di colletti bianchi e blu finalmente si desti. Semplicemente perché il technical intellect contenuto in questi software è uno strumento all’altezza dei tempi: è duttile, sa operare classificazioni, non presta il fianco a concetti vaghi e non è così diabolico da perseverare nei vecchi errori. Né basta a confortarci un ideale di cooperazione difficile a tradursi in pratica, quando essa dovrebbe sgorgare proprio da una riappropriazione di saperi che appaiono talmente rarefatti da risultare inafferrabili. Riconosciamo all’astuzia del capitale la capacità di aver aggredito la contraddizione che lo innerva, tra il carattere sociale e cooperativo della produzione e l’appropriazione dei suoi prodotti. E di averlo fatto operando su quella che Marx chiamava la «capacità scientifica oggettivata», che volevamo trasformare in organo del general intellect per far saltare in aria la predetta contraddizione. Mentre erode il nostro sapere sociale, il rinnovato technical intellect del capitale riscrive le regole della cooperazione a suo uso e consumo. Il suo lessico parla agli odierni lavoratori dumb con modi che non richiedono risposte se non quelle già previste dal sistema stesso.
Ciò non significa che nella realtà i lavoratori siano soltanto dei muti esecutori. Le lotte dei lavoratori di Walmart e il coraggioso esperimento di dare vita a quell’ibrido organizzativo, metà associazione e metà sindacato, che è OUR Walmart dimostra che c’è uno spazio aperto all’azione, per una prassi che intervenga nello spazio concreto della lotta. Dimostra cioè che la potenza normativa dell’algoritmo ha un limite. E, però, dal libro di Head, che sul piano prescrittivo si limita di fatto a raccomandare più sindacati e più consumo responsabile, sembra che la via d’uscita resti confinata in una dimensione empirica e pertanto incapace di aggredire il capitale sul piano della sua astratta razionalità, ovvero nella dimensione in cui si palesano le ragioni stesse della lotta di classe e la possibilità di estenderne la portata complessiva. Non ci sono mai piaciuti i consigli per gli acquisti ai proletari e del sindacato riconosciamo l’importanza ma sappiamo che non è la soluzione. Forse varrebbe la pena di interrogarci sul perché il capitale stia vincendo non soltanto grazie alla sua forza bruta e materiale, ma anche in virtù di una capacità di astrazione che invero aveva fatto notare fin dall’infanzia. L’apparentemente incontrastabile sussunzione della società globale al capitale ci lascia con il dubbio che gli attuali tempi di magra abbiano generato un’iperfascinazione per la lotta, «quella vera», che talvolta serve più a eccitare le coscienze infelici dei militanti – e al tempo stesso a sedarle, rassicurandole sulla retta via della storia – che non a rovesciare i rapporti di forza reali. Una lotta di classe che si ferma all’empiria, che non è capace di produrre una diversa razionalità a partire dalla concretezza in cui è immersa, è destinata alla sconfitta. O, tutt’al più, a diventare una variabile dipendente facilmente calcolabile da un algoritmO

domenica 26 agosto 2012

GLI ESUBERI NELLE BANCHE ITALIANE

Trascorsi pochi mesi dalla firma di un pessimo rinnovo del contratto collettivo nazionale del credito, le banche presentano il conto ai lavoratori.

Mettendo insieme i piani industriali dei maggiori istituti di credito italiani, a partire dal prossimo autunno e fino al 2015, sono previsti 19000 esuberi con la chiusura di 2700 sportelli.
Per dare una proporzione a questi numeri, l'intero settore bancario ad oggi occupa 330000 dipendenti, dopo averne persi 35000 in dieci anni grazie ai prepensionamenti.
Tutto questo è reso ancora più complicato ed incerto a causa della riforma Fornero e dell'attesa che venga pubblicato il decreto attuativo sugli ammortizzatori sociali dedicati al settore del credito contenente il nuovo Fondo ed i contratti di solidarietà.

Il Sole 24 Ore ha pubblicato l'elenco completo di tutti gli interventi previsti istituto per istituto.

Come potete leggere nel link, solo Deutsche Bank e Banca Nazionale del Lavoro si sono poste il problema del futuro dei lavoratori, trovando soluzioni alternative; almeno per il momento.

Quello che proprio non riesco a spiegarmi è il comportamento dei vertici sindacali di categoria, ovvero di quelle persone che senza sentire la necessità di consultare i lavoratori prima di firmare un rinnovo a condizioni assolutamente penalizzanti, ora dichiarano, come ha fatto Lando Sileoni segretario generale della Fabi a La Repubblica, "Alla ripresa autunnale mi aspetto che le banche cerchino di trovare il modo per espellere almeno 20000 lavoratori: a questo progetto folle ci opporremo con ogni nostra forza" oppure "Certi banchieri sono come i piromani, bruciano il territorio di appartenenza, chiudendo gli sportelli e restano impuniti" o Agostino Megale segretario generale della Fisac-CGIL che dichiara "Abbiano firmato da pochi mesi un contratto di lavoro collettivo difficile, ora ci aspettiamo che venga rispettato ed applicato integralmente, nelle trattative in corso. Non servono altri accordi nazionali".   
Mi domando, ma si accorgono solo ora di come sono fatti e ragionano i vertici delle banche italiane?
Possibile che pensino di fare opposizione sempre dopo e mai prima quando magari si sarebbe in grado di portare a casa qualche risultato concreto invece di rimetterci sicuramente una parte del salario destinato a diminuire, in termini reali, nei prossimi tre anni e per qualcuno anche il lavoro? 

giovedì 16 agosto 2012

ILVA DI TARANTO: IL PUNTO DI VISTA DI UNA FILOSOFA

L'autrice dell'articolo che segue, pubblicato dal quotidiano La Repubblica, è Michela Marzano professoressa di Filosofia Morale e Politica e Direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali presso l'Università di Parigi Descartes.
La professoressa ha un blog che potete visitare a questo link.

L'articolo mi è molto piaciuto perchè affronta un problema enorme offrendo un punto di vista originale che si discosta dalla solita contrapposizione lavoro/salute.

L’ILVA E LA TRAPPOLA DEL FALSO DILEMMA
 
Fino a quan­do si con­ti­nue­rà a con­trap­por­re il di­rit­to al la­vo­ro al di­rit­to al­la so­prav­vi­ven­za, e quin­di il sa­la­rio al­la sa­lu­te, non si tro­ve­rà al­cu­na via d’u­sci­ta al pro­ble­ma del­l’Il­va.
Per­ché mes­so in que­sti ter­mi­ni, più che di un pro­ble­ma si trat­ta di un di­lem­ma mo­ra­le. E co­me sap­pia­mo tut­ti, un di­lem­ma eti­co non ha, per de­fi­ni­zio­ne, al­cu­na so­lu­zio­ne. I di­lem­mi so­no dram­ma­ti­ci, di­spe­ra­ti, sen­za sboc­co. Per­ché si sba­glia sem­pre e co­mun­que. Per­ché qua­le che sia la de­ci­sio­ne che si pren­da, si fi­ni­sce poi sem­pre col rim­pian­ge­re quel­lo che si è det­to o fat­to. Co­me il ce­le­bre “di­lem­ma di So­phie”, rac­con­ta­to nel ro­man­zo di Wil­liam Sty­ron, che rac­con­ta di co­me una gio­va­ne ebrea po­lac­ca de­por­ta­ta ad Au­sch­wi­tz con i fi­gli fos­se sta­ta per­ver­sa­men­te co­stret­ta a sce­glie­re dai na­zi­sti qua­le dei due far mo­ri­re. Se So­phie non sce­glie, mo­ri­ran­no tut­ti e due. Se in­ve­ce ne sce­glie uno so­lo, l’al­tro avrà la vi­ta sal­va. Da un pun­to di vi­sta stret­ta­men­te uti­li­ta­ri­sti­co e ma­te­ma­ti­co, So­phie do­vreb­be sal­var­ne al­me­no uno. Ma co­me può una ma­dre sce­glie­re qua­le fi­glio me­ri­ta o me­no di vi­ve­re?
Nel ro­man­zo, do­po al­cu­ni mi­nu­ti di smar­ri­men­to, So­phie de­ci­de­rà di sal­va­re Jan, sa­cri­fi­can­do la pic­co­la Eva. Ma pa­ghe­rà la de­ci­sio­ne pre­sa per il re­sto del­la vi­ta, tor­men­ta­ta dai sen­si di col­pa e dal­la di­spe­ra­zio­ne. Per­ché in fon­do, an­che se da un pun­to di vi­sta ra­zio­na­le sal­va­re una vi­ta è me­glio che non sal­var­ne nes­su­na, da un pun­to di vi­sta esi­sten­zia­le ed eti­co esi­sto­no scel­te che non si pos­so­no fa­re. Co­me nel ca­so del­la scel­ta im­pos­si­bi­le tra sa­lu­te e la­vo­ro. A me­no di non co­strin­ge­re la gen­te a di­fen­de­re l’in­di­fen­di­bi­le: «Pre­fe­ri­sco mo­ri­re tra ven­t’an­ni di can­cro, piut­to­sto che tra po­chi me­si di fa­me», si sen­te og­gi di­chia­ra­re da cer­ti la­vo­ra­to­ri del­l’Il­va che han­no pau­ra di per­de­re il pro­prio po­sto di la­vo­ro. «Pre­fe­ri­sco mo­ri­re su­bi­to di fa­me, piut­to­sto che ve­de­re i miei fi­gli de­pe­ri­re e am­ma­lar­si», ri­spon­do­no al­cu­ni am­bien­ta­li­sti lo­ca­li.
In real­tà, nel ca­so del­l’Il­va è un gra­ve er­ro­re in­si­ste­re nel pre­sen­ta­re il pro­ble­ma in ter­mi­ni di op­po­si­zio­ne, se non ad­di­rit­tu­ra di ri­cat­to, tra di­rit­to al la­vo­ro e di­rit­to al­la sa­lu­te. No­no­stan­te le ap­pa­ren­ze, in­fat­ti, si è di fron­te a quel­lo che fi­lo­so­fi­ca­men­te par­lan­do si po­treb­be de­fi­ni­re un “fal­so di­lem­ma”: si as­so­lu­tiz­za­no i va­lo­ri chia­ve in gio­co, os­sia la sa­lu­te e il la­vo­ro, mo­stran­do che l’u­no si op­po­ne ine­so­ra­bil­men­te al­l’al­tro, e che l’u­ni­co mo­do per usci­re dal­l’im­pas­se è quel­lo di sa­cri­fi­car­ne uno dei due. È la tec­ni­ca ar­go­men­ta­ti­va del­l’aut- aut. Per con­clu­de­re ci­ni­ca­men­te che“ ter­tium non da­tur”.
Con tut­ti i dram­mi nes­si e con­nes­si. Co­me in fon­do ac­ca­de ogni qual­vol­ta ci si tro­vi di fron­te ad una scel­ta sec­ca, im­pos­si­bi­le, di­su­ma­na. Ep­pu­re i pro­gres­si del­la tec­no­lo­gia e l’e­sem­pio di mol­ti al­tri pae­si eu­ro­pei mo­stra­no che non c’è al­cun bi­so­gno di con­trap­por­re sa­lu­te e la­vo­ro. An­zi, il la­vo­ro e la sa­lu­te van­no di pa­ri pas­so, co­me ha ri­ba­di­to ie­ri il mi­ni­stro del­l’Am­bien­te Cli­ni: non ha al­cun sen­so op­por­re ri­sa­na­men­to am­bien­ta­le e pro­du­zio­ne di ac­cia­io per­ché è pro­prio gra­zie al­la par­te­ci­pa­zio­ne at­ti­va del­l’Il­va che si po­trà pro­ce­de­re al ri­sa­na­men­to de­gli im­pian­ti.
Cer­to, la de­ci­sio­ne del 10 ago­sto del gip di Ta­ran­to Pa­tri­zia To­di­sco di bloc­ca­re la pro­du­zio­ne in at­te­sa del­la bo­ni­fi­ca sem­bra an­co­ra una vol­ta ri­ba­di­re il fat­to che, con l’Il­va, ci si tro­va di fron­te pro­prio ad un di­lem­ma. Non è un ca­so che le po­le­mi­che sia­no su­bi­to ri­par­ti­te. Per il pre­si­den­te dei Ver­di e per An­to­nio di Pie­tro, ad esem­pio, i ma­gi­stra­ti sta­reb­be­ro so­lo fa­cen­do il lo­ro do­ve­re di­fen­den­do il di­rit­to al­la sa­lu­te. Per i di­fen­so­ri ad ol­tran­za del-l’at­ti­vi­tà eco­no­mi­ca, la de­ci­sio­ne del gip sa­reb­be in­ve­ce la pro­va del fat­to che l’I­ta­lia non of­fre al­cu­na chan­ce al­lo svi­lup­po in­du­stria­le, e che non sa­reb­be al­tro che un pae­se “an­ti­qua­to e pit­to­re­sco”, per uti­liz­za­re, estra­po­lan­do­li, i ter­mi­ni del New York Ti­mes. Ie­ri il go­ver­no ha uf­fi­cia­liz­za­to il ri­cor­so al­la Con­sul­ta apren­do un con­flit­to con la ma­gi­stra­tu­ra pu­glie­se. Ma quan­do il di­bat­ti­to si po­la­riz­za in que­sto mo­do, è dif­fi­ci­le tro­va­re una so­lu­zio­ne, pro­prio per­ché ter­tium non da­tur.
Spe­ria­mo al­lo­ra di usci­re da que­sto “fal­so di­lem­ma” e ri­tro­va­re la via del­la ra­gio­ne, in­ve­ce di ce­de­re al­le si­re­ne del­la dia­let­ti­ca so­fi­sta. Non so­lo per sal­va­re al tem­po stes­so il lavo­ro e la sa­lu­te, ma an­che per evi­ta­re che, in no­me del­la sal­va­guar­dia del­l’am­bien­te, sia pro­prio l’am­bien­te ad es­se­re sa­cri­fi­ca­to. Chi può es­se­re co­sì in­ge­nuo da pen­sa­re che un pro­ble­ma co­me quel­lo del ri­sa­na­men­to am­bien­ta­le di zo­ne già for­te­men­te dan­neg­gia­te pos­sa es­se­re pre­so in con­si­de­ra­zio­ne e ri­sol­to se l’Il­va ces­sa ogni at­ti­vi­tà? È so­lo un esem­pio. Che non de­ve far per­de­re di vi­sta la ne­ces­si­tà di por­ta­re avan­ti un’at­ti­vi­tà e una pro­du­zio­ne so­ste­ni­bi­le. Ma tal­vol­ta la fi­lo­so­fia del sen­so co­mu­ne per­met­te, mol­to più del­l’i­dea­li­smo, di non ca­de­re nel­la trap­po­la dei fal­si di­lem­mi che, qua­si sem­pre, fi­ni­sco­no in tra­ge­dia.

ANALISI CRITICA DEL NUOVO ARTICOLO 18

L'articolo che segue è opera del professor Piergiovanni Alleva dell'Università Politecnica delle Marche nonchè Responsabile della Consulta Giuridica della CGIL organismo composto da quaranta giuslavoristi italiani.
Il professor Alleva è anche tra i soci dell'Associazione per i Diritti Sociali e di Cittadinanza.
L'ORA DELLA VERITA'
In primo luogo. Con l'approvazione del disegno Fornero di riforma del mercato del lavoro, è giunto per tutti - partiti, sindacati, operatori giuridici, sociali e culturali e per lo stesso Governo - il momento della verità. Infatti, con il sostanziale svuotamento dell'art.18 dello Statuto, si chiude una parabola che ha abbracciato quattro decenni all'insegna della garanzia della dignità del lavoro.
Con l'art.18 prevedente, in caso di licenziamento arbitrario, la reintegra nel posto di lavoro, il lavoratore poteva esercitare con tranquillità - durante il rapporto - tutti i suoi diritti, legali e contrattuali, perchè la legge imponeva al datore di giustificare lui, a pena di annullamento, l'eventuale licenziamento che volesse intimargli, indipendentemente dalla possibilità del lavoratore di dare la difficilissima prova di una volontà di rappresaglia contro l'esercizio di quei diritti.
Ora l'art.18 come norma antiricatto è nella sostanza venuta meno e quindi si realizza il disegno di parte datoriale di poter contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno.
Questo è il cuore del problema, che ormai conoscono tutti.
Di fatto il governo, dopo aver messo alla disperazione decine di migliaia di persone con la manomissione del sistema pensionistico, completa ora il lavoro sporco affidatogli «a tempo» dai ceti dominanti.  Anche i grandi sindacati, che avrebbero potuto, come in altre occasioni, bloccare questa micidiale controriforma con una estesa e convinta mobilitazione e con un forte sciopero generale, questa volta - invece - non l'hanno promosso.
Anche il maggior partito progressista avrebbe potuto, specie dopo i risultati delle elezioni amministrative, semplicemente alzare un dito per bloccare questo sbilanciato provvedimento. Invece ha preferito diventare la nuova spalla su cui poggia l'arma della diseguaglianza e del ricatto occupazionale.
In secondo luogo. Da parte nostra, però, sarebbe ingiusto emettere così drastici e impietosi giudizi, senza darne una spiegazione scientifica e tecnica, corroborata da una esperienza operativa durata quaranta anni.
Per onorare questo obbligo, esponiamo di seguito uno schema di lettura della riforma Fornero, da cui risulta, anche oltre il suddetto «cuore del problema», una valutazione complessivamente negativa e penalizzante per il lavoro nelle varie forme dipendente.
1. La riforma è idealmente divisibile in tre parti, di cui quella centrale riguarda appunto la «flessibilità in uscita», ossia la riforma della disciplina dei licenziamenti.
Essa riduce la possibilità di reintegra nel posto di lavoro a ipotesi del tutto marginali e generalizza invece, quale sanzione per i licenziamenti ingiusti, una semplice indennità economica di importo compreso tra 12 e 24 mensilità.
Che si tratti di un pauroso salto all'indietro, in definitiva l'ha riconosciuto anche il governo, che - proprio per questo - ha dichiarato di offrire «compensazioni» costituite dalle altre due parti della legge Fornero, dedicate rispettivamente alla riforma della «flessibilità in entrata», ossia alla limitazione e messa sotto controllo del precariato e alla riforma degli «ammortizzatori sociali», quali cassa integrazione, indennità di mobilità e di disoccupazione, che - si è detto - la nuova legge avrebbe migliorato, proprio in considerazione della maggior facilità di licenziamento accordata alle parti datoriali.
Ebbene, noi affermiamo - sfidando chiunque a sostenere il contrario - che proprio questa della «compensazione» è la menzogna più odiosa; perchè, sia sul versante della «flessibilità in entrata», sia su quello degli «ammortizzatori sociali», la legge Fornero è drasticamente peggiorativa rispetto alla normativa attuale.
Non temiamo di affermare, anzi, come non ci sia una sola norma che, al di là dell'apparenza, sia davvero «migliorativa». Ed è demoralizzante che la maggior forza politica progressista abbia avvallato l'ingannevole interpretazione della «compensazione».
Vediamo come stanno veramente le cose.
Nella «flessibilità in uscita» la riforma Fornero affronta quattro tipi di licenziamenti
a) Nel licenziamento «discriminatorio» non cambia nulla, perché ben si sa che trattasi di figura solo teorica per l'eccessiva difficoltà della prova.
b) Nel licenziamento «disciplinare» - vero cuore della tematica - la possibilità di reintegra viene limitata a casi di scuola e ridotta a una sorta di foglia di fico.
In sostanza, per aversi reintegra, occorrerebbe o che il datore si fosse inventato tutto o che avesse letto male il contratto collettivo, applicando il licenziamento dove doveva applicarsi una sanzione più lieve.
c) Nel licenziamento «per motivo oggettivo», la reintegra è limitata all'ipotesi di «manifesta insussistenza» del fatto addotto come motivo del licenziamento, applicandosi altrimenti la sola sanzione economica.
Torna alla mente, anche qui, l'immagine ipocritamente pudica della foglia di fico.
d) Nel licenziamento «per riduzione di personale» si sancisce il gravissimo arretramento che i vizi riguardanti la procedura sindacale di esubero non danno più luogo a reintegra, ma solo a una indennità economica.
2. Nella «flessibilità in entrata», il vantato giro di vite normativo sull'abuso dei contratti a progetto e sulle false partite iva con monocommittenza si riduce a riprendere risapute interpretazioni già acquisite in via giurisprudenziale, ma con un grosso arretramento con riguardo ai rapporti di consulenza a partita iva, perchè la monocommittenza viene legata a indici empirici facilmente aggirabili. Ad esempio, l'aggiramento può essere realizzato con la previsione delle fatturazioni non a una sola società, ma a più società tra loro in qualche modo collegate.
Ma è sul contratto a termine e sul contratto di lavoro somministrato che la riforma Fornero ha dato, contrariamente alle promesse, briglia sciolta al precariato, prevedendo che possa essere privo di causale il primo contratto a termine della durata di ben 12 mesi e così anche anche il primo contratto di somministrazione. Contratto che anche in altri casi è stato esentato dall'obbligo della causale.
Basterà dunque assemblare tra loro in maniera accorta i vari tipi contrattuali previsti, per realizzare quel precariato permanente di persone ultra ricattabili,che è il vero risultato - a parer nostro voluto - della riforma Fornero.
3. Nella parte relativa agli «ammortizzatori sociali» viene adottato un criterio di malthusianismo sociale. Infatti, al primo soffio di difficoltà le imprese potranno licenziare perchè non ci sarà più quella «cassa integrazione straordinaria» tradizionale che per la classe operaia italiana ha rappresentato sul piano collettivo una garanzia simile a quella dell'art.18 sul piano individuale.
Fosse stata vigente in passato la legge Fornero, non sarebbero oggi ancora aperte fabbriche come Fiat, Breda, Ansaldo, Finmeccanica, che sono riuscite a ristrutturarsi anche grazie alla cigs.
Per fortuna questa follia dovrebbe entrare in vigore solo nel 2016.
Infine. Ci permettiamo solo una considerazione finale, ricordando come l'art. 8 del dl 138/2011 fu un «colpo di coda» potenzialmente devastante che il governo Berlusconi riusci a fare passare, disponendo della maggioranza parlamentare.
Le forze di opposizione promisero correttamente l'abrogazione, alla prima occasione possibile, di quella folle previsione che consente di derogare ai contratti collettivi mediante contratti aziendali. Tuttavia la norma è ancora in vigore.
Che dire allora di questa riforma Fornero, tanto grave e pericolosa, che però tra qualche mese non avrà più genitori politici in attività?
Qualcuno adotterà allora come suo figlio il piccolo feroce mostro così rimasto orfano?
Sarebbe il caso già di pensare a una sua abrogazione anche referendaria - magari assieme all'altra mostruosità dell'art.8 - per iniziativa di lavoratori, cittadini, associazioni sociali e culturali ancora consapevoli dell'importanza per il nostro Paese di norme di salvaguardia della dignità del lavoro e di garanzia di civile convivenza.

venerdì 10 agosto 2012

Fumo o fame, quando l'operaio è alla mercè del capitale

HO LETTO MOLTO SULLA DRAMMATICA SITUAZIONE DELL'ILVA DI TARANTO, E LA MIA SCELTA RICADE SU QUESTO ARTICOLO TRATTO DA IL MANIFESTO.

Se si produce solo per il profitto e per il salario, il lavoratore finisce per fare il gioco del padrone
Che infinita tristezza provoca il dover constatare che nel XXI secolo, nell'ottava o nona potenza economica mondiale, il lavoro e la salute siano ancora posti in una condizione duale, dicotomica. In un bellissimo documentario («Ultimi fuochi» di Manuela Pellarin) sulla condizione operaia negli anni '60 del secolo scorso, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera rispondeva mesto alla domanda sul perché accettasse una condizione lavorativa così rischiosa con queste tre parole: «Fumo o fame». Ad ammazzare a Marghera era il cloruro di vinile monomero, all'Ilva di Taranto le diossine.
Ma quanti sono i conflitti tra produzioni industriali e ambiente ancora aperti nel nostro paese? Dalla Ferriera di Trieste (Lucchini), al termodistruttore Fenice (EDF, ex Fiat) di Melfi, dalle centrali termoelettriche a carbone liguri (Enel), ai cementifici di Monselice. Chi tiene il conto? Una volta la Cgil aveva una struttura Ambiente Lavoro, oggi, in periodi di recessione economica, la salute sembra essere diventata un lusso. Per fortuna c'è qualche (raro) magistrato. Ma anche qui non facciamoci illusioni: le strutture scientifiche di cui la magistratura si può avvalere sono sotto gli attacchi alla spesa pubblica. Il più rinomato centro sulle diossine INCA (un consorzio tra 19 università italiane e altre decine di unità di ricerca nel settore della chimica e delle tecnologie per l'ambiente) e che ha supportato anche l'inchiesta di Taranto, è in pericolo di chiusura. Del resto, solo per fare un esempio, ricordiamoci che con il ministro Mattioli le ricerche sugli effetti delle radiazioni generate dai campi elettromagnetici (telefonini, ripetitori, radar, ecc.) sono state «esternalizzate» a quella Fondazione Maugeri nota per gli scandali alla Regione Lombardia. Con il passaggio delle competenze ambientali alle Asl regionali le attività di prevenzione sono state di fatto azzerate, con esse i registi tumori e le indagini epidemiologiche necessarie a stabilire le correlazioni tra inquinamenti e malattie.
Ciò che colpisce delle numerose, candide interviste rilasciate dal ministro Corrado Clini (già medico del lavoro e da decenni direttore generale del Ministero per l'Ambiente) a sostegno, non già della applicazione delle leggi - come ci si aspetterebbe da un fedele servitore dello Stato - ma delle ragioni dell'impresa sotto accusa, sono le motivazioni. «Forse - ha dichiarato Clini a il manifesto del 27 luglio - dieci anni fa chiudere lo stabilimento aveva un senso, ma ora no». Giusto, ma lui, e tutto l'apparato di valutazione e controllo che uno stato civile dovrebbe mettere in campo a difesa della salute dei cittadini (compresa quella della sotto-specie, a diritti limitati, che sono gli operai), dov'erano, cosa facevano, nonostante fossero perfettamente a conoscenza della situazione?
Non so se l'inchiesta della Procura della Repubblica abbia un'appendice nei confronti delle strutture pubbliche locali, regionali (Asl) e nazionali (ministeri vari). Ma è questa la parte che darebbe più soddisfazione alle centinaia di vittime (386 decessi negli ultimi 13 anni) e alle migliaia di malati di Taranto, dentro e fuori la fabbrica. Scoprire che i padroni fanno i loro interessi sulla pelle dei dipendenti non è poi una grande novità. Più interessante sarebbe vedere in faccia chi e sapere per quali ragioni ha omesso i controlli, ha rilasciato autorizzazioni, concesso finanziamenti a imprese palesemente fuorilegge.
Vedremo. Ma il dato politico più allarmante è un altro. Sono i dipendenti in queste ore a sfilare a sostegno delle ragioni dei propri aguzzini. Non sono cinico, non mi manca la capacità di comprendere il dramma umano di persone disperate perché sotto ricatto. Ciò che mi rattrista è l'incapacità di immaginare una via di uscita che non sia la sottomissione alle ragioni della produzione, della produttività, della competizione. La questione non si risolve se non affrontando alle radici la globalizzazione che ha prodotto in Occidente allo stesso tempo disoccupazione e deterioramento delle condizioni di lavoro. Mi vengono in mente le riflessioni di André Gorz a partire da Marx: «Egli (l'operaio salariato) non considera il lavoro in quanto tale come facente parte della sua vita; è piuttosto il sacrificio di questa vita. E' una merce che egli aggiudica ad un terzo» (cfr. Lavoro salariato e capitale, 1849). Quando la mercificazione del lavoro raggiunge tali livelli di alienazione, allora, aggiungeva Gorz: «Lavoro e capitale sono fondamentalmente complici nel loro stesso antagonismo per il fatto che guadagnare del denaro è il loro fine determinante. Agli occhi del capitale, la natura della produzione importa meno della sua redditività; agli occhi del lavoratore, essa importa meno degli impieghi che crea e dei salari che distribuisce. Per l'uno e per l'altro, ciò che è prodotto importa poco, basta che renda. L'uno e l'altro sono, coscientemente o meno, al servizio della valorizzazione del capitale. E' per questo che il movimento operaio e il sindacalismo non sono anticapitalisti se non nella misura in cui mettono in questione non soltanto i livelli dei salari e le condizioni di lavoro, ma le finalità della produzione, la forma merce del lavoro che la realizza» (cfr. Ricchezza senza valore, valore senza ricchezza, in Ecologica, Jaca Book 2009, pp.125/126). Affermare, quindi, come bene fa la Fiom, che il lavoro è un bene sociale comune - così come il sole o l'acqua - significa voler sottrarre le decisioni sul cosa, dove, per chi produrre alle leggi del mercato, cioè del profitto e del diritto di proprietà. La liberazione del lavoro dall'eteronomia non può che avvenire attraverso un conflitto per affermare modi e forme democratiche di decisione sul cosa, come, dove e per chi produrre.
Di Paolo Cacciari 31/7/2012

giovedì 2 agosto 2012

SALUTE E LAVORO NELLA COSTITUZIONE


Di Stefano Rodotà
    È pos­si­bi­le che en­tri­no du­ra­men­te in con­flit­to la sa­lu­te, di­rit­to fon­da­men­ta­le del­la per­so­na (art. 32 del­la Co­sti­tu­zio­ne), e il la­vo­ro, fon­da­men­to del­la Re­pub­bli­ca (art. 1)? Sì, è pos­si­bi­le. E non è la pri­ma vol­ta che, nel­le piaz­ze ita­lia­ne, si pro­nun­cia­no le ter­ri­bi­li pa­ro­le “me­glio mor­ti di can­cro che mor­ti di fa­me”. Quan­do si è ob­bli­ga­ti ad as­so­cia­re il la­vo­ro con la mor­te, si trat­ti di pro­du­zio­ni no­ci­ve o di in­for­tu­ni, dav­ve­ro sia­mo di fron­te a inam­mis­si­bi­li vio­la­zio­ni del­l’u­ma­ni­tà del­le per­so­ne. Il la­vo­ro si tra­sfor­ma in con­dan­na quo­ti­dia­na, che non ar­ri­va pe­rò da una ma­le­di­zio­ne bi­bli­ca, ma dal mo­do in cui è con­cre­ta­men­te or­ga­niz­za­to il mon­do del­la pro­du­zio­ne.
    Da do­ve co­min­cia­re per cer­ca­re di com­pren­de­re que­ste vi­cen­de? An­co­ra una vol­ta ci aiu­ta la Co­sti­tu­zio­ne con il suo ar­ti­co­lo 41. Qui si di­ce che l’i­ni­zia­ti­va eco­no­mi­ca pri­va­ta, dun­que l’at­ti­vi­tà d’im­pre­sa, «non può svol­ger­si in con­tra­sto con la si­cu­rez­za, la li­ber­tà e la di­gni­tà uma­na». Va­le la pe­na di sot­to­li­nea­re la lun­gi­mi­ran­za dei co­sti­tuen­ti, che po­se­ro la si­cu­rez­za pri­ma an­co­ra di li­ber­tà e di­gni­tà. E la si­cu­rez­za ri­guar­da il la­vo­ro, ma è pu­re si­cu­rez­za per i cit­ta­di­ni nel­l’am­bien­te e per i pro­dot­ti che con­su­ma­no. Quel­le pa­ro­le nel­la Co­sti­tu­zio­ne piac­cio­no sem­pre di me­no e si cer­ca di can­cel­lar­le, in no­me del­la leg­ge “na­tu­ra­le” del mer­ca­to. In un de­cre­to re­cen­te, sal­va­to acro­ba­ti­ca­men­te dal­la Cor­te Co­sti­tu­zio­na­le, si è mes­so abu­si­va­men­te al pri­mo po­sto il prin­ci­pio di con­cor­ren­za, nel ten­ta­ti­vo di ri­di­men­sio­na­re la por­ta­ta com­ples­si­va di quel­l’ar­ti­co­lo. Lun­go è il ca­ta­lo­go dei fat­ti di cro­na­ca che ren­do­no evi­den­te la mor­ti­fi­ca­zio­ne del la­vo­ro at­tra­ver­so il sa­cri­fi­cio del­la sa­lu­te del la­vo­ra­to­re. Ta­ran­to è il no­me di un luo­go che si ag­giun­ge a Mar­ghe­ra, Ca­sa­le Mon­fer­ra­to, Val di Chia­na, per ci­ta­re so­lo i ca­si più no­ti. Quan­do l’at­ti­vi­tà d’im­pre­sa vie­ne or­ga­niz­za­ta pre­scin­den­do dal fat­to che la si­cu­rez­za dei la­vo­ra­to­ri è un ob­bli­go giu­ri­di­co e un do­ve­re col­let­ti­vo, so­no sem­pre de­va­stan­ti le con­se­guen­ze uma­ne e so­cia­li.
La so­lu­zio­ne non po­te­va ve­ni­re dal­la tec­ni­ca mol­te vol­te usa­ta di mo­ne­tiz­za­zio­ne del ri­schio – de­na­ro in cam­bio di sa­lu­te. Bru­no Tren­tin sot­to­li­nea­va la ne­ces­si­tà di an­da­re ol­tre l’ot­ti­ca pu­ra­men­te re­tri­bu­ti­va e di tu­te­la­re nel­la sua in­te­gra­li­tà la per­so­na del la­vo­ra­to­re. Né può ve­ni­re dal­la pre­te­sa di un si­len­zio del­la ma­gi­stra­tu­ra di fron­te a vio­la­zio­ni gra­vi e ri­pe­tu­te di un di­rit­to fon­da­men­ta­le e di spe­ci­fi­che nor­me di leg­ge.
Sem­pre più spes­so i la­vo­ra­to­ri so­no vit­ti­me di ri­cat­ti. Oc­cu­pa­zio­ne a qual­sia­si prez­zo, an­che del­la vi­ta. Oc­cu­pa­zio­ne con sa­cri­fi­cio del­la li­ber­tà, co­me è ac­ca­du­to con il re­fe­ren­dum di Mi­ra­fio­ri so­vra­sta­to dal­la mi­nac­cia del­la chiu­su­ra del­la Fiat. Que­sta è la spi­ra­le da spez­za­re. So­lu­zio­ni prov­vi­so­rie pos­so­no es­se­re ri­cer­ca­te, ma ad una so­la con­di­zio­ne: la re­stau­ra­zio­ne in­te­gra­le dei di­rit­ti dei la­vo­ra­to­ri, che di­ven­ta an­che la via per tu­te­la­re i di­rit­ti di tut­ti, co­me quel­lo al­l’am­bien­te.
So­no tem­pi du­ri per i di­rit­ti fon­da­men­ta­li, per quel­li so­cia­li in spe­cie. In no­me del­l’e­mer­gen­za, sia­mo or­mai di fron­te a ve­re e pro­prie so­spen­sio­ni di ga­ran­zie co­sti­tu­zio­na­li. Si è di­men­ti­ca­to che l’ar­ti­co­lo 36 del­la Co­sti­tu­zio­ne pre­ve­de che la re­tri­bu­zio­ne deb­ba ga­ran­ti­re al la­vo­ra­to­re e al­la sua fa­mi­glia «un’e­si­sten­za li­be­ra e di­gni­to­sa». Non es­se­re il prez­zo del­la per­di­ta d’o­gni di­rit­to.

IL PADRONE DELLA ILVA DI TARANTO

Di Loris Campetti (Il Manifesto)

Un padrone d'altri tempi, dunque un padrone d'oggi. Il sistema costruito nel dopoguerra è stato smantellato e la democrazia nelle relazioni sindacali sfuma rapidamente sotto l'influenza della filosofia di Marchionne, supportata da una politica commissariata. Per questo Emilio Riva, così antico da ricordare i padroni delle ferriere, è perfetto per il nuovo ordine.
Il "rottamaio" lo chiamano, figlio d'arte di un mercante di rottami ferrosi. Tra ferro e ruggine Riva ha iniziato la sua carriera di padrone negli anni Cinquanta. Gran parte dei suoi 86 anni li ha passati accumulando ferro, acciaierie, soldi e rivolte popolari e oggi il suo è un vero impero industriale - tra i primi 5 in Europa e tra i primi dieci a livello mondiale - con fabbriche diffuse tra l'Italia, la Francia, la Germania, la Spagna... Emilio Riva prova fastidio per ogni forma sindacale, lui preferisce trattare direttamente con i "suoi" operai a cui non lesina pranzi, cene, piatti commemorativi in argento.
Ma siccome l'Italia non è ancora come la vorrebbe lui, ecco che un qualche rapporto con i sindacati deve pur averlo. A modo suo, naturalmente. Mettendo a disposizione i suoi mezzi per organizzare rivolte, per esempio, come emerse nel corso del conflitto esploso a Genova con la popolazione di Cornigliano stufa di convivere con un altoforno e i suoi portati di morte, collocato nel cuore della città. Il nemico contro cui Riva cerca l'alleanza operaia e la complicità sindacale varia di volta in volta: le istituzioni locali, la popolazione, la magistratura. Io vi do lavoro, dice, e quelli lì ve lo vogliono togliere sbandierando problemi ambientali. Preferite l'aria pulita o lo stipendio sicuro a fine mese?
Ha funzionato troppo a lungo questo ricatto, rafforzato dal tentativo di collusione con le organizzazioni sindacali. Molti - gente maligna - si sono interrogati per anni sulle straordinarie performances della Uilm nello stabilimento di Taranto e dei tanti giovani assunti con la tessera presto in tasca del sindacato di Luigi Angeletti. Ma si tratterà sicuramente di un caso oppure della grande capacità di proselitismo di questo sindacato. I fischi operai di venerdì al segretario generale della Uilm, Rocco Palombella e gli applausi a scena aperta a quello della Fiom, Maurizio Landini, rappresentano una novità che lascia sperare. Landini infatti sostiene che il nemico non è il magistrato, il padrone resta la controparte vera dei lavoratori. Tanto più che il padrone si chiama Riva ed è il responsabile, sia pure non unico, dei danni ambientali prodotti dai suoi rottami e del rischio di scontro tra chi lavora e chi muore d'inquinamento. Tanto più che tra le vittime di quell'inquinamento e di quelle condizioni di mancata sicurezza ci sono proprio loro, gli operai dell'Ilva. Anche se Riva è sempre pronto a pagare la costruzione dei Cral aziendali.
Emilio è padre di una nutrita schiera di figlioli che stanno seguendo le orme del genitore e del nonno rottamatore. Anche se non sempre l'amore fraterno l'ha vinta sulla meschinità degli interessi, finché il padre ottantaseienne si manterrà in buona salute a comandare, in casa e in fabbrica, sarà sempre lui. Che distribuisce ruoli di responsabilità restando sempre in famiglia: Emilio Riva non ne vuole sapere dei manager presi da fuori. Si dice che a un passo dall'acquisto dell'Arcelor, multinazionale francese molto importante, Riva abbia mandato tutto a monte proprio per evitare l'eredità di manager esterni, dunque non graditi. Tornando alla collusione sindacale, c'è un aneddoto interessante raccontatoci da un operaio-sindacalista che con Emilio Riva ha avuto modo di incontrarsi e trattare: «Io facevo parte del Cae - il comitato aziendale europeo del gruppo industriale, di cui fanno parte rappresentanti dell'azienda e dei sindacati - e una volta per una riunione fummo trasferiti in pullman dall'azienda in una località dell'ex Ddr. Anzi, il pullman si fermò in un autogrill e io chiesi al capo del personale: che ci facciamo qui? E lui: la riunione, mica siamo in villeggiatura, però domani vi porto a mangiare a Berlino. Devo aggiungere che in pullman c'erano anche i nostri genovesi, con le mogli».
Autoritario, paternalista, antimeridionale padano convinto a meno che non si tratti di principesse, come la sua seconda moglie etiope. Patriota della mitica cordata Alitalia messa su da Berlusconi, ma con amicizie impegnative a sinistra. Ovunque ha comprato aziende, da privati o approfittando come a Taranto delle privatizzazioni a perdere, cioè all'italiana, Emilio Riva ha portato la zizzania tra i lavoratori e le popolazioni esasperando le contraddizioni. Ritardi nelle modifiche dell'organizzazione del lavoro e nei risanamenti in nome del profitto (e del lavoro, diceva agli operai), salvo poi ammettere, come fece anni dopo la chiusura del ciclo a caldo a Cornigliano, che un impianto di quel tipo in piena città non aveva senso, come per altro avevano sempre sostenuto il comitato contro l'altoforno e le donne di Cornigliano.
Un patriarca del capitalismo italiano che si incazza se lo chiami capitalista e non "imprenditore", meglio ancora "datore di lavoro"; un vero ufficio di collocamento per figli di primo e secondo letto e nipoti da cui pretende obbedienza cieca. Ecco chi è Emilio Riva, uno da cui sarebbe meglio tenersi alla larga.

NdR - Attualmente Emilio Riva ed il figlio Nicola sono agli arresti per ordine del Tribunale di Taranto.

mercoledì 1 agosto 2012

ILVA DI TARANTO

Di Adriano Sofri




C’è una piaz­za a Ta­ran­to, nel rio­ne Tam­bu­ri. È mo­de­sta, ma ha tre monu­men­ti. Il pri­mo è un’e­dico­la con una Madon­ni­na, bi­so­gna spolverar­la ogni giorno. Il se­con­do è una gros­sa tar­ga di fer­ro, cor­ro­sa e sman­gia­ta. Di­ce:
Nei gior­ni di ven­to nord-nor­do­ve­st Ve­nia­mo se­pol­ti da pol­ve­ri di mi­ne­ra­le E sof­fo­ca­ti da esa­la­zio­ni di gas Pro­ve­nien­ti dal­la zo­na in­du­stria­le “Il­va” Per tut­to que­sto gli stes­si “ma­le­di­co­no” Co­lo­ro che pos­so­no fa­re E non fan­no nul­la per ri­pa­ra­re.
Ma­le­di­co­no è in­ci­so in ca­rat­te­ri più gran­di.
Fra co­lo­ro che eres­se­ro l’e­di­co­la e af­fis­se­ro la tar­ga c’e­ra Giu­sep­pe Co­ri­si, ope­ra­io del­l’Il­va, co­mu­ni­sta  e cattoli­co, con­si­glie­re di cir­co­scri­zio­ne e ani­ma­to­re del Co­mi­ta­to per l’am­bien­te. Il 14 feb­bra­io scor­so ha sa­pu­to di ave­re un can­cro ai pol­mo­ni, l’8 mar­zo è mor­to. Pri­ma ha det­ta­to il te­sto del ter­zo mo­nu­men­to, una tar­ga mu­ra­ta sul­la fac­cia­ta di ca­sa sua, al ter­zo pia­no, ap­pe­na sot­to la fi­ne­stra del sa­lot­to. Di­ce: “En­ne­si­mo de­ces­so per neo­pla­sia pol­mo­na­re. Ta­ran­to (Tam­bu­ri) 8 mar­zo 2012”. A quel­la fi­ne­stra so­no af­fac­cia­te la sua ve­do­va, Gra­ziel­la, sua fi­glia, mo­glie an­che lei di un ope­ra­io Il­va, e la ni­po­ti­na che Co­ri­si non ha vi­sto, sichia­ma Ga­ia. So­no gen­ti­li e pa­zien­ti, e ac­cet­ta­no ogni vol­ta di nuo­vo di por­tar­vi a ve­de­re il ter­raz­zi­no di ca­sa, e a pas­sa­re il di­to sul­lo stra­to di pol­ve­re ne­ra e ros­sa­stra. Do­ve met­te­re­ste l’“en­ne­si­mo” Co­ri­si nel­le chias­so­se ca­te­go­rie di que­sti gior­ni, “gli ope­rai con­tro gli am­bien­ta­li­sti”? Co­ri­si ave­va 64 an­ni. Ma l’e­tà me­dia de­gli ope­rai del­l’Il­va è di 31. Do­di­ci­mi­la uo­mi­ni, una co­mu­ni­tà in­cre­di­bil­men­te gio­va­ne e pres­so­ché di so­li ma­schi. “Le don­ne del­l’Il­va” so­no im­por­tan­ti, ma so­no mo­gli e ma­dri e fidan­za­te e so­rel­le. Al­cu­ne lavo­ra­no nel­la se­con­da fab­bri­ca ta­ran­ti­na, che è un call-cen­ter di due­mi­la per­so­ne, Te­le­per­for­man­ce, mi­nac­cia­ta da una di­slo­ca­zio­ne in Al­ba­nia e in cas­sa integra­zio­ne a rota­zio­ne. Si so­no mol­to sen­ti­ti, in que­sti gior­ni, ma­ri­ti del­l’Il­va e mo­gli del call-cen­ter.
Fra le in­fa­mie del­l’Il­va ci fu la Pa­laz­zi­na Laf, in cui al­la fi­ne de­gli an­ni ‘90 de­ci­ne di ope­rai ve­ni­va­no con­fi­na­ti in ca­me­ro­ni nu­di, a non far nien­te e a im­paz­zi­re di mor­ti­fi­ca­zio­ne: nel 2001 Emi­lio­Ri­va e al­tri di­ri­gen­ti del­l’Il­va pri­va­tiz­za­ta fu­ro­no con­dan­na­ti. Gli do­man­da­ro­no co­me fa­ces­se a sa­pe­re qua­li ope­rai fos­se­ro “fa­ci­no­ro­si”, Ri­va ri­spo­se che ave­va eredi­ta­to le sche­da­tu­re del­la ge­stio­ne Iri. Aned­do­to da ricor­da­re, quan­do ci si chie­de per­ché an­che lo Sta­to deb­ba pa­ga­re per le bo­ni­fi­che. Un co­sì bru­sco tra­pas­so di genera­zio­ne do­ve­va interrompere la me­mo­ria del­le lot­te e assicu­ra­re gen­te ro­bu­sta e po­co in­cli­ne ai pen­sie­ri di mor­te: i gio­va­ni pe­rò fan­no pre­sto a impa­ra­re, pos­so­no ba­sta­re i cor­tei e i bloc­chi stra­da­li di un’e­sta­te cal­da.
Gli ope­rai con cui par­la­te han­no vo­ci di­ver­se: non ne tro­ve­re­te uno che non vi di­ca pri­ma di tut­to che fu­mi e pol­ve­ri, «quel­la mer­da», lui le re­spi­ra ogni giorno.​Ora c’è chi de­plo­ra che, in no­me del po­sto di la­vo­ro, gli ope­rai si sia­no al­lea­ti col pa­dro­ne. La sto­ria si gio­che­reb­be lun­go la nuo­va trin­cea: pa­dro­ni e ope­rai di qua, eco­lo­gi­sti e ma­gi­stra­ti di là. Una fes­se­ria, di­rei, an­zi due. Un plo­to­ne di ca­pi che fi­schia­no i ma­gi­stra­ti l’Il­va lo tro­ve­rà sem­pre. Gli ope­rai so­no at­tac­ca­ti al­la fab­bri­ca e al la­vo­ro che vi svol­go­no e che san­no fa­re, non al pa­dro­ne. Si fa co­me se gli ope­rai pas­sas­se­ro e i pa­dro­ni re­stas­se­ro. Ma nel­la sto­ria or­mai an­ti­ca del­l’I­tal­si­der-Il­va è suc­ces­so an­che il con­tra­rio: so­no pas­sa­ti tan­ti pa­dro­ni, e la fab­bri­ca è lì.
L’al­tra not­te, quan­do han­no tol­to i bloc­chi, mi han­no por­ta­to a fa­re il lun­go gi­ro del­lo sta­bi­li­men­to, due vol­te e mez­za Ta­ranto, rac­con­tan­do con rac­ca­pric­cio e or­go­glio un luo­go in cui tut­to è gran­dio­so, i na­stri e l’ac­cia­ie­ria e le mon­ta­gne ve­le­no­se dei par­chi mi­ne­ra­li e i ma­gaz­zi­ni di tu­bi e ro­to­li e gli spo­glia­toi, pia­ni e pia­ni il­lu­mi­na­ti di spo­glia­toi. Gli ope­rai vo­glio­no che la fab­bri­ca non chiu­da e che smet­ta di av­ve­le­na­re, e cre­do­no che sia pos­si­bi­le. For­se non lo è: a Piom­bi­no il mi­glio­ra­men­to de­ci­si­vo è sta­to l’ab­ban­do­no del­la co­ke­ria, e quel­la di Ta­ran­to è la più gran­de del mon­do. Si do­vran­no al­me­no li­mi­ta­re i dan­ni. Le per­so­ne che abi­ta­no ai Tam­bu­ri pos­so­no ave­re ca­se più sa­ne e de­cen­ti da un’al­tra par­te. Gli in­for­tu­ni si so­no for­te­men­te ri­dot­ti, le ul­ti­me due mor­ti di la­vo­ro ri­sal­go­no a tre an­ni fa: il pe­nul­ti­mo fu un al­ba­ne­se, l’ul­ti­mo, Zyg­mun­t­jan Pau­ro­wicz, un po­lac­co. Era al suo ul­ti­mo gior­no di la­vo­ro al­l’al­to­for­no. Gli ul­ti­mi ita­lia­ni, due ra­gaz­zi de­gli ap­pal­ti, mo­ri­ro­no il 2 giu­gno 2003. I la­vo­ra­to­ri de­gli ap­pal­ti fan­no le fa­ti­che peg­gio­ri, “nel­la ca­lo­ria”. Dit­te dai no­mi sdop­pia­ti as­su­mo­no per due tri­me­stri, poi rias­su­mo­no col se­con­do no­me, per scan­sa­re il tem­po in­de­ter­mi­na­to.
Si aspet­ta ora che i giu­di­ci del rie­sa­me — il 3 ago­sto, ma la de­ci­sio­ne ar­ri­ve­rà gior­ni do­po — mo­di­fi­chi­no l’or­di­nan­za del­la si­gno­ra To­di­sco con­ce­den­do l’u­so de­gli im­pian­ti. La pres­sio­ne per que­sto com­pro­mes­so è im­po­nen­te. So­prat­tut­to, nes­su­no può pre­ve­de­re la ri­spo­sta ope­ra­ia nel ca­so op­po­sto. Nei gior­ni­ scor­si, ope­rai e po­li­ziot­ti fra­ter­niz­za­va­no, e i ca­ra­bi­nie­ri scher­za­va­no sui lo­ro pa­ni­ni d’or­di­nan­za che non ar­ri­va­va­no. Non sa­rà sem­pre co­sì.
L’i­dea che gli ope­rai fac­cia­no da mas­sa di ma­no­vra per il pa­dro­ne (agli ar­re­sti do­mi­ci­lia­ri) ha il suo com­ple­men­to nel va­gheg­gia­men­to del­l’al­lean­za op­po­sta, fra am­bien­ta­li­sti e una ma­gi­stra­tu­ra che rea­liz­zi la con­ver­sio­ne eco­lo­gi­ca per via giu­di­zia­ria. La pro­cu­ra di Ta­ran­to ha dal­la sua un im­pe­gno te­na­ce e non va­ni­to­so con­tro le eco­ma­fie, la pri­ma con­dan­na del­l’I­tal­si­der ri­sa­le al 1982. E non c’è dub­bio che sen­za l’a­zio­ne de­gli am­bien­ta­li­sti (ce n’è uno, Fa­bio Ma­tac­chie­ra, che è par­ti­to dal­ le sue im­mer­sio­ni su­bac­quee per mi­su­ra­re i ve­le­ni, e ne è ri­sa­li­to sul­la ter­ra­fer­ma fi­no ai fu­mi del ca­mi­no E312, la più al­ta, di­co­no, ci­mi­nie­ra del mon­do) e sen­za la de­ci­sio­ne dra­sti­ca del­la giu­di­ce To­di­sco, le co­se sa­reb­be­ro an­da­te avan­ti nel­l’i­ner­zia. Qual­cu­no la­men­ta l’in­tem­pe­sti­vo se­que­stro del­l’a­rea a cal­do del­l’Il­va pro­prio quan­do si era in­tra­pre­sa la stra­da del­le bo­ni­fi­che. “Pro­prio quan­do” è la pa­ro­la d’or­di­ne del sen­no di poi, di cui so­no pie­ni i par­chi mi­ne­ra­li. Se le co­se dav­ve­ro cam­bie­ran­no, lo si do­vrà al se­que­stro. E se non cam­bie­ran­no, non lo si do­vrà al se­que­stro. Ma la con­trap­po­si­zio­ne fra la­vo­ro e sa­lu­te è una truf­fa, e il più ir­re­pa­ra­bi­le fal­li­men­to del­l’e­co­lo­gi­smo ita­lia­no.
Poi c’è Ta­ran­to, con una po­po­la­zio­ne che si ri­du­ce — 190 mi­la per­so­ne, più o me­no — e una de­mo­ra­liz­za­zio­ne uni­ver­sa­le. Ha su­bi­to una se­rie di ro­ve­sci im­pres­sio­nan­te — una Gre­cia pri­ma del­la Gre­cia, di­ce il mio ami­co Ful­vio. In de­mo­cra­zia i ro­ve­sci la gen­te se li cer­ca vo­tan­do ma­le, ma qui il ca­sti­go ha in­fie­ri­to. Ven­ne Ci­to, ener­gu­me­no del con­tro­le­ghi­smo me­ri­dio­na­le, e fi­nì nel­le con­dan­ne per ma­fia e ban­ca­rot­te: og­gi è un po­ve­ruo­mo che pian­ge nel­l’in­fer­me­ria del car­ce­re. Ven­ne un’e­spe­rien­za ber­lu­sco­nia­na dal­la fi­nan­za al­le­gris­si­ma, e fi­nì nel 2007 con la di­chia­ra­zio­ne uf­fi­cia­le del dis­se­sto del Co­mu­ne (non si chia­ma­va an­co­ra de­fault), che an­co­ra li­mi­ta le ri­sor­se del­la nuo­va giun­ta. Nel cuo­re del­la cit­tà c’è il pa­laz­zo del glo­rio­so li­ceo Ar­chi­ta, tran­sen­na­to da qua­si die­ci an­ni, con i fi­ne­stro­ni dai ve­tri rot­ti, e l’ai­lan­to che in­fe­sta il bal­co­ne d’o­no­re del se-con­do pia­no. Nel­la Cit­tà vec­chia, l’an­no scor­so un fi­co creb­be fi­no a far crol­la­re la chie­sa di San Pao­lo al­le Pen­ti­te, ro­vi­nan­do su un po­ve­ret­to che dor­mi­va in au­to. So­no an­co­ra là, i ru­de­ri del­la chie­sa e, trion­fa­to­re, il fi­co. (Del fe­ri­to spe­ro che ab­bia tro­va­to un tet­tuc­cio più si­cu­ro). Ades­so c’è un­ fi­co che cre­sce spa­val­do sul­la mia scuo­la ele­men­ta­re, la 25 lu­glio.
Ta­ran­to ha una rac­col­ta ar­cheo­lo­gi­ca me­ra­vi­glio­sa (al­la sua ori­gi­ne fu Lui­gi Vio­la, avo di San­dro), e un mu­seo rin­no­va­to  ma chiu­so per me­tà. Vi­si­ta­to­ri po­chi; in com­pen­so i pez­zi van­no in pre­sti­to a mo­stre son­tuo­se in tut­to il­mon­do. Ta­ran­to stes­sa è la co­per­tu­ra del­la cit­tà an­ti­ca, e se in­ve­ce di sman­tel­la­re l’Il­va si sman­tel­las­se la cit­tà in fa­vo­re del­la ne­cro­po­li, si com­ple­te­reb­be l’o­pe­ra. Ci pen­se­ran­no ma­ga­ri i ci­ne­si, che so­no la prin­ci­pa­le co­mu­ni­tà stra­nie­ra del­la cit­tà, ben­ché nes­su­no li sap­pia con­ta­re. La ma­ri­na mi­li­ta­re ci­ne­se è ap­pro­da­ta, il por­to mer­can­ti­le è in ma­ni ci­ne­si, co­me il Pi­reo. A lo­ro pia­ce che Ta­ran­to sia equi­di­stan­te da Suez e da Gi­bil­ter­ra, e che le sot­to­fat­tu­ra­zio­ni sia­no lu­cro­se. Il de­pu­ta­to del Pd Vi­co par­la di Go­mor­ra ci­ne­se. In cam­bio, dal bor­do del­la sta­zio­ne tor­pe­di­nie­ra, al­l’i­ni­zio del mar Pic­co­lo, i pe­sca­to­ri con la can­na so­no ci­ne­si, e i lo­ro bam­bi­ni par­la­no ta­ran­ti­no.
I ta­ran­ti­ni con cui par­la­te vi di­co­no, co­me se si fos­se­ro mes­si d’ac­cor­do, che Ta­ran­to «è mor­ta »: una ne­cro­po­li, ap­pun­to. 
Na­tu­ral­men­te non è ve­ro, e la cit­tà è spes­so bel­la, le per­so­ne im­pe­gna­te so­no tan­te, e nei bar se or­di­na­te un caf­fè vi por­ta­no su­bi­to un bic­chie­re d’ac­qua — co­me in Gre­cia. Ma per­fi­no la squa­dra di cal­cio sta ago­niz­zan­do, e ha an­che lei la sua da­ta fa­ti­di­ca, il 6 ago­sto: o sa­ran­no ver­sa­ti 350­mi­la eu­ro, o nien­te iscri­zio­ne al­la se­rie D. Giu­se tro­va per­ti­nen­te la scrit­ta mu­ra­le: “Sia­mo dei pro­fes­sio­ni­sti del­la scon­fit­ta”. Al­fon­so Mu­sci, emi­nen­te gio­va­ne stu­dio­so e mi­li­tan­te in pro­prio, ci­ta un Fi­lip­pod’An­giò che re­ga­la­va ce­sti di pe­sci ai sud­di­ti, e quan­do mo­rì e chie­se­ro a una vec­chiet­ta per­ché pian­ges­se la­cri­me co­sì cal­de, lei ri­spo­se: «Amo per­so a Fi­lipp cu’ tut­tu lu pa­na­ro» – ab­bia­mo per­du­to Fi­lip­po e tut­to il ce­sto. Co­sì si sen­to­no i ta­ran ­ti­ni og­gi, di­ce Al­fon­so: «Amo per­so a Fi­lipp cu’ tut­tu lu pa­na­ro».