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lunedì 27 agosto 2012

(ci vorrebbe) Un contropotere anti-crisi

Per affrontare la guerra scatenata dal capitale per affermare il suo dominio sul lavoro è necessaria una forza che agisca su un piano globale, come fu la prima Internazionale. Concentriamoci su questo.
Proviamo a guardare la crisi da lontano, come facciamo con i quadri di grandi dimensioni. Se ci sottraiamo per un momento all'incessante bombardamento di cifre (spread e indici di borsa, rendimento dei titoli pubblici e tassi d'interesse, debiti, deficit e percentuali di caduta del pil) che cosa vediamo?
Questi, dopo cinque anni di crisi, sembrano i principali effetti macroeconomici e sociali. In primo luogo, la caduta dei redditi da lavoro (salari, stipendi, pensioni) anche in conseguenza dei tagli del welfare e dell'aumento dei prezzi e della pressione fiscale. In Italia il fenomeno è esasperato dal record di evasione ed elusione fiscale (una scelta politica, non un accidente). In maggio l'Istat ha calcolato che dal 2007 i redditi delle famiglie sono diminuiti del 7%. In secondo luogo, l'esplosione dei debiti pubblici (detti «sovrani» con velenosa ironia, visto che la sovranità è volata altrove), provocata dalla socializzazione delle perdite private (il salvataggio di banche d'affari e imprese decotte). Dal 2008 a oggi, tra i 15 mila e i 20 mila miliardi di dollari (garanzie pubbliche comprese) sono stati mobilitati per far fronte ai disastri causati dalle banche. Seguono a cascata (per effetto della recessione, dei tagli alla spesa e delle cosiddette politiche anti-crisi) la moria delle imprese, la caduta dell'occupazione nel settore privato e nel pubblico impiego, l'adozione di misure che rendono ancora più facili i licenziamenti.
Tutto qui? Certo che no. Dall'altra parte della medaglia, la crisi determina la continua crescita della bolla speculativa. Oggi molte banche europee contraggono debiti per oltre il 4000% del proprio patrimonio, come se nel 2007-8 non fosse successo niente a causa della crisi dei mutui e dei derivati. Determina un'inedita concentrazione della ricchezza nelle mani dei grandi detentori di capitale (banche e fondi), proprietari del debito e beneficiari delle decisioni dei governi. Come ricordava qualche giorno fa Sarah Jaffe sul manifesto, l'ultimo rapporto del Tax justice network stima in oltre un terzo della ricchezza finanziaria privata il patrimonio posseduto dallo 0,01% della popolazione mondiale. La crisi determina quindi un aumento esponenziale delle disuguaglianze all'interno dei Paesi e tra loro. Anche nell'ambito dell'Unione europea si accresce la distanza tra i Paesi forti e «virtuosi» e i reprobi della periferia mediterranea. Una distanza che si traduce in potere decisionale, come mostra nel modo più limpido il rapporto di forze tra Germania e Grecia.
La crisi, insomma, è cattiva con alcuni e molto generosa con altri. Che cosa emerge, infatti, da questo quadro sommario, che omette qualsiasi accenno alle responsabilità pregresse di governi e imprenditori che nei decenni scorsi hanno posto le premesse per l'attuale disastro? Emerge che a causa della crisi moltissimi perdono molto: le classi lavoratrici (con un vistoso processo di proletarizzazione del ceto medio). Mentre pochi guadagnano moltissimo. Quello che chiamiamo «crisi» è in realtà un gigantesco processo di redistribuzione (verso l'alto) della ricchezza (e del potere politico). In linea col trentennio neoliberista, ma con un salto di quantità e di qualità. Le politiche deflazionistiche che stanno precipitando il mondo nella depressione non sono frutto di abbagli o di stupidità (benché siano indubbiamente distruttive). Sono pratiche di recupero-crediti a beneficio dell'oligarchia finanziaria. Non deve stupire che in cinque anni il volume di denaro amministrato dalle prime cinquanta banche private sia più che raddoppiato.
Ma tutto questo, «naturalmente», viene nascosto all'opinione pubblica. Passa rigorosamente sotto silenzio. Il discorso sul debito pubblico è paradigmatico. Televisioni e giornali non si stancano di diffondere un'immagine se vogliamo edificante, derivando l'entità dell'indebitamento pro capite dal rapporto tra debito e popolazione. Come se il debito fosse posseduto da qualche marziano o da dio in persona, e non da una pur piccola parte della popolazione stessa. Circa il 70% del debito del nostro paese è di proprietà di fondi, banche e imprese italiani, oltre che di privati possidenti. I «sacrifici» li fanno gli altri e sono costretti a farli a loro vantaggio.
Che cosa dovrebbe dire una stampa indipendente in un paese democratico? Dovrebbe spiegare che i paesi si sono indebitati perché hanno usato il denaro pubblico per salvare i privati, perché favoriscono l'evasione fiscale e l'esportazione di capitali nei paradisi fiscali, perché i governi si rifiutano - coerentemente - di socializzare profitti e rendite nazionalizzando le banche e imponendo imposte sui patrimoni e tetti ai redditi alti. Dovrebbe spiegare, innanzi tutto, che cosa significa «debito pubblico». Che non è un concetto economico, ma politico, poiché il debito nasce quando un governo decide di finanziare la spesa chiedendo soldi in prestito ai privati. Non ci sarebbe debito se un governo decidesse di finanziarsi prelevando la ricchezza privata per mezzo del fisco.
Ma «naturalmente» su tutto questo si tace (e per stare sicuri si piazza una banchiera alla presidenza della Rai). Del resto è noto che la verità è la prima vittima di una guerra, e questa è una guerra. L'attuale presidente del Consiglio ama rivolgere al popolo messaggi churchilliani e ciclicamente parla di guerra. La crisi è una guerra. L'Italia ha intrapreso «un durissimo percorso di guerra». E il governo, bontà sua, avrebbe in animo di combattere una guerra spietata contro gli evasori. Peccato che la guerra vera la stiano conducendo lui e il suo governo contro chi in questo paese non è in condizione di difendersi e perde reddito e lavoro. Come ha detto qualche mese fa Paul Krugman, quella in atto è una «guerra sociale scatenata dai super-ricchi che pretendono di essere esentati dal contratto sociale».
Qualunque cosa sia questo presunto contratto, l'idea è fondata. La guerra sociale si traduce in milioni di disoccupati e di nuovi poveri, un esercito che si moltiplica per garantire benefici all'oligarchia autoctona e globale. E non varrà liberarsi di Monti (ammesso che ci si riesca), data la natura strutturale degli interventi, a cominciare dal fiscal compact. La responsabilità di chi lo ha imposto (Napolitano) e lo sostiene (il Pd) è enorme, anche perché scientemente assunta. In un'interessante intervista rilasciata da Massimo D'Alema al Corriere della sera il I luglio scorso Monti è definito «una personalità liberale capace di mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti». È per questa sua virtù che il Pd lo sostiene? Lo Stato è buono se paga i soliti noti, e cattivo se tenta di imporre un minimo di giustizia sociale?
«Guerra», si badi, non è una metafora. In passato si combatteva a suon di bombe per colonizzare altri paesi. Oggi per commissariarli bastano troike e agenzie di rating. E governi zelanti. Solo che si tratta di una guerra di nuovo tipo, senza visibile spargimento di sangue. Si tratta della prima guerra capitalista in senso proprio, se è vero che il capitale aspira a comandare ricorrendo alla pura coazione economica. Il suo sogno è governare per mezzo del solo mercato. Il resto è arcaico. Buono per le «razze inferiori». Che infatti continuano a crepare sotto le bombe, come in Africa, in Medio oriente o in Asia centrale. O sotto le raffiche della polizia, come è capitato agli schiavi della miniera inglese di Marikana.
Ma perché è finalmente possibile questa nuova guerra, veramente fredda? Perché esistono finalmente le condizioni sistemiche per combatterla: la possibilità di delocalizzare ovunque le produzioni alla ricerca di condizioni più favorevoli per il capitale industriale; e la possibilità di spostare in tempo reale masse gigantesche di capitale finanziario, decidendo dei tassi d'interesse e di rendimento su tutti i mercati. Oggi il pianeta è unificato sotto il dominio del capitale. Questo non significa che non sussistano, al tempo stesso, fattori di crisi strutturale. La guerra contro i corpi sociali consegue alla caduta del saggio di profitto e a sua volta la riproduce, radicalizzandola. Ma finché la sovranità sarà esercitata dal capitale, ci troveremo a vivere in quest'incubo.
Qui viene fuori, per noi, la morale di tutta questa storia. La crisi è una guerra che il capitale scatena per consolidare il proprio dominio sui popoli e in particolare sul lavoro vivo. C'è una sola strada per combatterla sulla trincea contrapposta, una strada non nuova poiché, a ben guardare, non vi è nulla di inedito in questa vicenda, esito del processo di modernizzazione in corso dalla metà dell'Ottocento: creare un contropotere altrettanto globale, seguendo l'intuizione che il movimento operaio ebbe allora, quando diede vita alla prima Internazionale. Non è facile, e non soltanto per deficit soggettivi. Mentre la concorrenza tra i capitali ne favorisce la centralizzazione, quella, eteronoma, tra i diversi segmenti della classe operaia ostacola l'unità del lavoro. Resta la necessità. La sinistra anticapitalista dovrebbe quindi investire ogni sforzo per costruire la propria unità politica sul piano transnazionale, a cominciare dal livello europeo e, qui, dai paesi più esposti agli attacchi del potere finanziario. Il fatto che, purtroppo, i suoi gruppi dirigenti siano in tutt'altre faccende affaccendati è anch'esso un effetto della crisi. E una sua concausa.
DA: IL MANIFESTO di Alberto Burgio 25/08/2012

mercoledì 15 agosto 2012

GLI SPECULATORI DEI MERCATI FINANZIARI

Del 2010 è una delle sue ultime opere, L.O.V.E., scultura monumentale esposta in Piazza Affari di fronte al Palazzo Mezzanotte sede della Borsa di Milano, un edificio costruito nel 1932 con i tipici stilemi del ventennio fascista. Quest’opera rappresenta un’enorme mano in travertino nel gesto tipico del saluto fascista a mano tesa che “il tempo” ha rovinato privandola di tutte le falangi tranne del dito medio irto, divenendo in questo modo, ironia della sorte, un gesto oltraggioso e sbeffeggiante proprio nei confronti della sede della Borsa stessa, simbolo oggi della moderna destra non più fascista ma capitalista (o forse irridente proprio nei confronti di noi impotenti cittadini, che subiamo supinamente la "moderna dittatura del mercato")
L.O.V.E., scultura monumentale del 2010 di Maurizio Cattelan esposta in Piazza Affari di fronte alla Borsa di Milano, un edificio costruito nel 1932 con i tipici stilemi del ventennio fascista. Quest’opera rappresenta un’enorme mano in travertino nel gesto tipico del saluto fascista a mano tesa che “il tempo” ha rovinato privandola di tutte le falangi tranne del dito medio, divenendo in questo modo, ironia della sorte, un gesto oltraggioso e sbeffeggiante proprio nei confronti della sede della Borsa stessa, simbolo oggi della moderna destra non più fascista ma capitalista. Foto di Alberto Cane
Sono ormai anni che sentiamo parlare dei mercati: i mercati si aspettano, chiedono, vogliono, approvano, rifiutano...
Mi sono chiesto, ma chi sono questi mercati? Quali "entità" in concreto muovono le enormi masse di denaro da un lato all'altro del pianeta? Studiano e realizzano i prodotti speculativi? Decidono di attaccare o difendere una nazione?
Per quello che ho capito, i mercati possono essere sostanziati in tre macro gruppi di operatori.
1) I fondi sovrani
2) Le grandi banche d'affari
3) I fondi di investimento

I fondi sovrani sono direttamente posseduti dagli stati.
Tra i più importanti abbiamo la China Investment Corporation, l'Investment Authority del Kuwait, l'Abu Dhabi Investment Authority degli Emirati Arabi ed il fondo di proprietà della famiglia reale degli Al Thani in Qatar.
A questi possiamo aggiungere i fondi sovrani della Nigeria, di Singapore, di Hong Kong (anch'esso riconducibile alla Cina).
Tutti quanti insieme dispongono di una ricchezza pari a circa 5mila miliardi di euro pari al 10% dell'intero patrimonio finanziario presente nel mondo.
Poichè le fonti di approvvigionamento di questi organi derivano in massima parte dai proventi della vendita di petrolio ed altre fonti energetiche o dal surplus della bilancia commerciale (esportazioni molto maggiori delle importazioni) come per la Cina, è realistico pensare che nei prossimi 5 anni, i fondi, arriveranno a controllare fino al 20% del patrimonio mondiale finanziario.
Tanto per capire sono loro che negli ultimi tempi hanno acquistato il consorzio Costa Smeralda, la griffe Valentino, le squadre Manchester City e Paris Saint Germain, Tiffany, Gaz De France Suez.
Acquisti resi possibili dal fatto che i Cinesi dispongono di una ricchezza complessiva di 400 miliardi, 450 Abu Dhabi, 300 il Kuwait, 360 Singapore e così via.
Da notare che secondo l'Economist, il 72% di questi fondi fa capo a nazioni o famiglie regnanti non democratiche.          

Le banche d'affari protagoniste della finanza mondiale sono le americane Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Citygroup, Bank of America, le Svizzere Credit Suisse e UBS, l'anglo cinese HSBC, l'inglese Barclays, la tedesca Deutsche Bank.
Nel 2010, un articolo del New York Times, mai smentito, accusò nove di queste di riunirsi segretamente a New York ogni terzo mercoledì di ogni mese con l'esclusivo compito di controllare/pilotare l'andamento del mercato dei titoli derivati.
Venendo ai nostri giorni, è ancora nelle cronache dei giornali lo scandalo del tasso Libor (link1 e link2) che vede indagata la Barclays in primis.
Oppure la maxi multa comminata a Goldman Sachs accusata di avere venduto ai propri clienti titoli sui quali stava speculando al ribasso.
O il buco di bilancio di 5,8 miliardi di dollari della JP Morgan Chase dovuto a speculazioni estreme e probabilmente illecite.
Per non parlare della creazione di titoli tossici, ripresa a ritmi se possibile anche maggiori di quelli che portarono al crac del 2008.
Questi comportamenti francamente vergognosi sono la conseguenza di
- una legge americana che nel 1999 abrogò il Glass-Stegall Act del 1933 che sanciva il divieto assoluto per le banche di svolgere contemporaneamente le attività di raccolta fondi e di speculare o acquisire partecipazioni azionarie.
La Glass-Stegall venne concepita dopo il crac del 1929 e la Grande Depressione. La storia non insegna mai nulla...
- una sostanziale impunità garantita ai banchieri. Infatti, ammesso che capiti, a pagare per gli errori sono sempre le banche e mai i banchieri che nella peggiore delle ipotesi vengono dimissionati con buone uscite milionarie.

I fondi di investimento sono di vario tipo: quelli che raccolgono fondi da vari investitori e li investono con diversi grado di rischio, fino a diventare hedge fund e quelli che gestiscono il denaro accumulato per pagare le pensioni o le prestazioni sanitarie.
Il più grande fondo d'investimento mondiale è americano e si chiama BlackRock. Esso amministra nel mondo un totale di 3680 miliardi di dollari pari a circa una volta e mezzo il Pil italiano.
BlackRock ha tra i suoi maggiori azionisti Merrill Lynch controllata al 100% da Bank of America e Barclays.
BlackRock, oltre ad investire denaro, vende a 200 investitori sparsi per il mondo un suo software di gestione dei rischi. Il software viene ufficialmente presentato come un qualcosa di asettico che semplicemente analizza il rischio insito nella composizione di un portafoglio di investimenti. E' ovvio che BlackRock cambiando i parametri degli indicatori di rischio è in grado di condizionare le scelte di investimento degli operatori suoi clienti.
Perciò ai 3680 miliardi di dollari controllati direttamente se ne aggiungono altri 9500 pilotati tramite il software sopra descritto.
Altri gigantesci fondi, sempre americani, sono KKR (KohlbergKravisRoberts), OakTree, Apollo Global.
Pimco invece è il più grande gestore al mondo di fondi basati su obbligazioni e gestisce circa 1300 miliardi di dollari.
I fondi pensione gestiscono circa 25 mila miliardi di dollari ed ultimamente sono sempre più coinvolti in un'attività definita "land grabbing". In sostanza, utilizzando le immense masse di denaro di cui dispongono, acquistano, spesso a prezzi irrisori, le terre fertili in ogni parte del mondo privando le comunità locali di beni primari come la terra e l'acqua.
Le terre acquistate vengono poi utilizzate per monoculture in modo da ottenere economie di scala, per la produzione di agro-carburanti, per soddisfare le necessità alimentari di stati aridi come i paesi del golfo arabico.

Da questa analisi a mio avviso emergono alcuni fatti non contestabili.
1) Le masse di denaro sono di fatto concentrate nelle mani di pochi operatori di enormi dimensioni che tendono ad agire secondo accordi di cartello.
2) Le persone che gestiscono i fondi e le banche sono sostanzialmente liberate da ogni responsabilità posto che al massimo rispondono ai rispettivi consigli di amministrazione e le loro azioni sono immuni da conseguenze civili e/o penali quando non sono diretta emanazione degli stati.
3) Gli operatori, oltre a gestire il loro denaro producono relazioni, software, ratings in grado di influenzare in modo fortissimo i gestori di piccole dimensioni (effetto pecora).
4) Quando tra speculazioni azzardate ed attività illecite vengono generate enormi perdite di denaro, queste vengono fronteggiate dalle comunità statali.
5) Le attività puramente finanziarie finiscono per avere un impatto sulle economie reali e quindi sulla vita delle persone attraverso
- la socializzazione delle perdite
- le scelte di investimento delle masse di denaro tra i vari paesi
- le speculazioni sui titoli azionari, le valute, le materie prime
- le attività di lobbying o l'impegno diretto nelle organizzazioni statali di ex membri di banche e fondi.
6) Tutto questo rimanendo anni luce lontani da qualsiasi forma di controllo democratico.    
            
 

martedì 31 luglio 2012

FURTO D'INFORMAZIONE

Riporto una lettera aperta dal titolo "Furto d'Informazione" firmata da alcuni intellettuali le cui biografie sono nei link sui rispettivi nomi.
Se interpreto correttamente lo spirito di quanto scritto, il furto d'informazione può verificarsi in varie situazioni della nostra vita.
Anche in un contesto aziendale, chi controlla la nascita e la diffusione delle notizie, in genere il top management, di fatto crea una mentalità in base alla quale gli eventi possono essere considerati normali anche quando non lo sono.
Pensiamo ad esempio a ciò che accade in ambito Fiat relativamente alle politiche di gestione del personale (è normale tenere fuori dall'azienda gli inscritti ad una sigla sindacale?) giustificate sempre e solo con la crisi del mercato. 
Piuttosto che alle politiche di tagli al personale di alcune banche presenti nelle cronache di questi giorni. Anche in questo caso si rimanda ad uno stato di crisi senza un'analisi approfondita delle vere cause.
Ecco la lettera.       


"La politica è scontro d'interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c'è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia.
Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell'opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all'origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono (e ciò è comprensibile), ma anche dai maggiori mezzi d'informazione (ivi compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati ("non-scelte"), immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell'eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare. Viene nascosto all'opinione pubblica che, lungi dall'essere un'evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.
Così, una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile della crisi (perché concausa degli eccessi speculativi e degli squilibri strutturali nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza sociale), è assunta e presentata come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica.
Non possiamo sottacere che, a nostro giudizio, a rendere particolarmente grave tale stato di cose è il fatto che la sottrazione di informazione che riteniamo necessario denunciare coinvolge l'operato delle stesse più alte cariche dello Stato, alle quali la Costituzione attribuisce precise funzioni di garanzia e vincoli d'imparzialità. Tutto ciò costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia". 

Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi, Valentino Parlato

venerdì 8 giugno 2012

QUANTO COSTANO LE BANCHE

Dal 2008 anno del fallimento della Lehman Brothers, il sistema creditizio mondiale è  costato alla collettività 3500 miliardi.
Grecia, Portogallo e Irlanda hanno ricevuto tutte insieme circa 400 miliardi, dieci volte di meno.
La sola Germania ha destinato alle sue banche 417 miliardi pur rimanendo intransigente verso i paesi più in difficoltà.
La cosa incredibile è che mentre ai cittadini vengono chiesti continui sacrifici, il sistema bancario continua ad operare come se nulla fosse.
Alla fine del 2011 il valore nozionale dei derivati era di 647 mila miliardi di dollari.
Michel Barnier, Commissario europeo responsabile del mercato interno, scrive oggi su La Repubblica, che tra il 2008  ed il 2010 il salvataggio delle banche è gravato sui contribuenti per un importo pari al 13% del totale delle entrate in Europa.
Per mettere fine a questo scandalo, la Commissione europea ha presentato una proposta in base alla quale le pubbliche autorità dei vari paesi della UE possono imporre ai proprietari ed ai creditori delle banche di sostenere i costi del risanamento.
Prima di tutto cominciando a sostituire i dirigenti incapaci, poi cercando azionisti in grado di ricapitalizzare le banche e così via.
Solo in ultima istanza interverrebbe il sostegno pubblico a carico dei contribuenti.
Risulta perciò evidente come esistano soluzioni alternative a quelle adottate fino ad ora basate sulla privatizzazione dei profitti e sulla socializzazione delle perdite.

martedì 8 maggio 2012

Il diritto naturale all'insolvenza di Andrea Fumagalli

L'attuale crisi europea, fra i tanti effetti negativi sulla vita di milioni di persone, ha avuto però il merito di sviluppare una nuova letteratura eterodossa e alternativa, in grado di fornire utili strumenti per una analisi e una politica economica non liberista. Un buon esempio in tal senso è costituito al libro collettivo Debitocrazia. Come e perché non pagare il debito pubblico (Edizioni Alegre, pp. 172, euro 15, a cura di D.Millet e E. Toussant, con post-fazione di Salvatore Cannavò). I due autori appartengono al Comitato per l'annullamento del debito al Terzo Mondo (Cadtm), fondato nel 1990 e non sono economisti stretti: il primo è professore di matematica, il secondo è dottore di ricerca in Scienze Politiche. Il non essere economisti di professione, consente loro di affrontare il tema della crisi del debito in modo meno astruso e servile, con una lente più interdisciplinare e non per questo meno rigoroso.
Un audit internazionale
Il testo è una raccolta di brevi saggi molto chiari e comprensibili anche per un pubblico non addetto, per lo più scritti da Eric Toussant, che ripercorrono le tappe della crisi del debito dagli anni Novanta ad oggi, mettendo in luce come questo sia passato dall'essere una prerogativa dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo (secondo l'accezione dell'epoca) a una costante dei paesi occidentali (del Nord, secondo un'accezione un po' retrò), dopo il 2007. In questo paradigmatico passaggio di testimone, si sottolineano i cambiamenti giuridico-costituzionali che hanno caratterizzato l'evoluzione in senso democratico di molti paesi dell'America Latina. In particolare risulta interessante il caso dell'Equador: nella costituzione di questo Stato (art. 291-292), adottata a suffragio universale nel settembre 2008, vengono definite le condizioni alle quali le autorità del paese possono contrarre dei prestiti, si consente la non restituzione dei debiti illegittimi (per esempio, quelli costituiti dalla capitalizzazione di interessi in ritardo - anatocismo -, pratica corrente dei creditori membri del Club di Parigi).
Si cominciano così ad introdurre dispositivi giuridici nel diritto internazionale, che vale la pena analizzare, anche perché non sono altro che la riproposizioni di diritti già esistenti, almeno formalmente. Ad esempio, il principio pacta sunt serranda, consacrato nell'art. 26 della Convenzione di Vienna del 1969, non è assoluto e non vale se non per «i debiti contratti nell'interesse della collettività». Questo è il punto chiave. Secondo il diritto internazionale, la valutazione dell'interesse generale e la determinazione del carattere lecito o illecito del debito derivano dalla competenza delle autorità pubbliche. La messa in atto di un audit dei debiti da queste autorità per identificare questi debiti illegittimi non solo è legale ma dovrebbe far parte delle prerogative di un «buon governo democratico». Ne consegue che la richiesta di una ristrutturazione, ripudio o annullamento del debito non avviene al di fuori delle regole imposte dal diritto internazionale, almeno in tre casi, tutti ampliamente riconosciuti non solo dalla Convenzione di Vienna, ma anche da quella dell'Aja del 1930 e dalla Commissione del Diritto dell'Onu: causa di forza maggiore («un avvenimento imprevisto ed esterno da colui che lo invoca, ..., che lo mette nell'incapacità assoluta di rispettare gli obblighi internazionali», Onu, 1978); stato di necessità (che interviene quando il pagamento del debito comporta conseguenze sugli standard di vita dei cittadini considerate eccessive); cambiamento fondamentale delle circostanze (ad esempio la decisione della Federal Reserve di aumentare i tassi d'interesse nel 1979).
Il default del neoliberismo
Tra i debiti illegittimi e i prestiti «odiosi», inoltre, è possibile ravvisare una lunga casistica: si passa dai debiti prodotti da una colonizzazione, a quelli creati dall'acquisto di armi (come per gli F35 comprati dall'Italia), al debito pubblico creato per ripagare i debiti privati (come nel caso dell'intervento statale per far fronte alle falle di bilancio delle istituzioni creditizie dopo la crisi dei subprime del 2007), ai prestiti concessi ad una dittatura, a quelli condizionati dall'aggiustamento strutturale o dettati dalla costruzioni di progetti non redditizi che arrecano danno alle popolazioni e/o all'ambiente.
Partendo da queste considerazioni, nel testo sono raccontati alcuni case-study di debito illegittimo, che, sulla base di un audit pubblico, potrebbero configurare l'opzione della ricontrattazione e il parziale annullamento del debito, verso la pratica di un default controllato. L'attenzione è particolarmente rivolta, oltre al caso dell'Argentina del 2000, alle più recenti situazioni che hanno caratterizzato per un verso Islanda e Irlanda, e per un altro la Grecia. Nel caso delle due isole nordiche, si tratta di due eclatanti esempi del fallimento delle politiche neoliberiste, mentre la Grecia rappresenta un caso da manuale di debito illegittimo e di come le politiche di austerity e rigore siano destinate al fiasco più totale: un monito alle recenti e simili decisioni prese anche da altri governi europei (come Italia, Spagna e Portogallo, e ora, Ungheria) sotto i diktat della speculazione finanziaria.
Il libro si chiude con un ultimo capitolo che riporta una lunga citazione (poco nota) di Marx, tratta da Il Capitale, in cui tra l'altro si afferma: «Il debito pubblico, ..., imprime il suo marchio all'era capitalista». Tale citazione avrebbe potuto essere accompagnata da un'altra citazione di Marx tratta da Indirizzo alla Lega comunista (Londra, marzo 1850): «se i democratici chiedono la regolamentazione del debito dello Stato, i lavoratori devono esigere la bancarotta nazionale».
Nella postfazione di Cannavo, compare infine un utile approfondimento sulla situazione italiana. Un libro sicuramente da leggere.

martedì 25 ottobre 2011

Le mani delle multinazionali sui prodotti agricoli

Un brevetto per strappare al resto del mondo l'esclusiva della patata, del pomodoro, del broccolo, della bistecca, secondo le associazioni di difesa della natura e della materia vivente come Equivita in Italia, è ormai una strategia portata avanti a carte scoperte da multinazionali come Monsanto, Dupont, Syngenta, Bayer, Basf solo per citare alcune tra le più potenti. Domani appunto l'Ufficio europeo dei brevetti annullerà il ricorso contro il brevetto sul broccolo (EP10698199), e in quel giorno è convocata la manifestazione davanti alla sua sede nella capitale bavarese. Poi seguirà il brevetto sul pomodoro (EP1211926). In altre parole, per spiegare tutto ai profani: chi vorrà coltivare pomodori dovrà pagare ogni anno al detentore del brevetto, cioè a una multinazionale, una royalty, un diritto di brevetto.
 le multinazionali non avranno più solo in mano i brevetti esclusivi del cibo transgenico, bensì anche del cibo tout court. E' una strada strisciante verso la cancellazione della sovranità alimentare degli Stati e delle economie e la privatizzazione della materia vivente. Se brevetti il broccolo o il pomodoro, detto in soldoni, l'agricoltore ovunque nel mondo dovrà pagarti ogni anno i diritti, con pesanti conseguenze per la sua sopravvivenza economica e per il prezzo al consumo. Come ha detto Kerstin Lanje di Misereor, "in tempi in cui quasi due miliardi di persone soffrono la fame è semplicemente immorale far crescere i prezzi degli alimenti creando monopoli dei brevetti".
ALLA FACCIA DEGLI INDIGNATI DI TUTTO IL MONDO!!!